Franco Scaldati, poeta e scrittore estremo.

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Franco Scaldati

Franco Scaldati è morto in seguito ad una lunga malattia. Un altro nome importante del teatro e della drammaturgia che, andandosene, lascia ancor più “smarrita” la scena. Senza una voce capace di una lingua/poesia che è democrazia, violenza e sogno, stridore e dolcezza, dura realtà e magia, periferie urbane e spazi immaginari e da sogno, libertà e costruzione.

Franco Scaldati, attore, regista e drammaturgo, è dell’Albergheria, il quartiere del mercato della vecchia Palermo. Fonda negli anni settanta a Palermo la Compagnia del Sarto – (proprio come sarto inizia a lavorare nel teatro e al Teatro Biondo di Palermo) -, un collettivo teatrale che presenta i suoi primi testi secondo una drammaturgia e una prassi slegate dalle convenzioni del teatro ufficiale. Lavora soprattutto su una ridefinizione di una lingua dialettale ricca di suggestioni poetiche. Il rapporto con il territorio, l’infanzia di quartiere, le storie e le poetiche di un’umanità marginale sono temi presenti fin dall’inizio nella sua opera. Tra le messe in scena dei suoi testi, si ricordano – tra le altre – Il Pozzo dei pazzi con la regia di Elio De Capitani, Lucio con la regia di Sherif, La Locanda Invisibile per la regia di Guicciardini, presentata al Teatro di Porta Romana a Milano, all’interno del Festival MilanOltre. Il suo volto, burbero e profondo, è stato spesso anche sugli schermi cinematografici, con Ciprì e Maresco, Scimeca, con i fratelli Taviani in Kaos e Peppuccio Tornatore da L’uomo delle stelle a Baaria.

L’ho conosciuto tardi, nel 1997, grazie ad Antonella Di Salvo fondatrice del Laboratorio delle Femmine dell’Ombra. Tardi dunque ho scoperto la sua lingua e il suo teatro, ma subito me ne sono innamorata. E ho avuto la fortuna di un lungo incontro a tu per tu con lui, divenuto poi un’intervista per la rivista TTR (oggi non più esistente).

Per ricordarlo, spero in modo a lui gradito, vorrei riportarvi alcune sue parole e la sua vitalità vibrante, che non sono finite nell’intervista, ma che sono quelle di un finale di chiacchierata con un poeta e grande uomo di teatro, un narratore vero, autore di fini drammaturgie, come certe drammaturgie centro-europee, un grande inventore di scrittura e lingua che si sentiva erede più di Testori che dei drammaturghi siciliani.

Parlavamo di Lucio, la maschera palermintana di Lucio: pezzente, sognatore, monco e sbilenco … innamorato della luna. Ripercorrevamo i suoi testi, vibranti di questi personaggi e di queste storie grevi, reali e drammatiche eppure di un linguaggio e di una scrittura magici e visionari, a tratti lirici … “[…] I personaggi del mio teatro sono esseri umani nella loro essenza, nella loro essenzialità. Esprimono esattamente tutto quello che anche gli altri uomini esprimono. Solo che lo fanno liberamente, a volte, senza freni. Un universo assolutamente vitale. Se esiste una tragedia della vitalità, allora sono personaggi tragici. Per me sono prima di tutto uomini vitali. Ed è in questa vitalità il connubio reale-magico, vita-sogno. Sono uomini e quindi sono lì nella loro condizione onirica e terrena. Attraverso la capacità di collegarsi e di appartenere alle cose terrene, nasce la capacità di collegarsi alle cose divine. Con i miei personaggi penso di andare a toccare cose/corde vere, che noi abbiamo ricoperto – non cancellato – con altro, perdendo pezzettini di noi stessi; perdendo la consapevolezza del dolore, delle nostre ferite, delle nostre mutilazioni. Attraverso la consapevolezza e il dolore (che io faccio vivere ai miei uomini) avviene la sublimazione … ecco l’elemento magico. Ecco, quindi, l’uomo nella sua interezza; ecco il linguaggio che quando crea condivisione e comunione con altri uomini diventa un momento magico, una forma di vera magia […]”

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Molto timidamente, ricordo, mi ero permessa di osservare una certa contraddizione, in merito alla sua scrittura, tra la definizione di uno stile e la sua immediata negazione … “[…] Sì, confermo pienamente. C’è la tensione verso la definizione di uno stile e, nel momento stesso in cui avverto che sto per raggiungerlo, sopravviene il rifiuto. Quando sento che lo stile corre il rischio di trasformarsi in maniera, ecco, cerco di frantumarlo, di cambiare direzione. Non riesco a concentrami su di un’unica forma, per me è sempre in agguato il rischio dell’imbalsamazione. Cerco sempre altre strade, altre soluzioni, altre cose. Il valore straordinario del mio rapporto con gli attori sta nel fatto che non potrei fare il mio percorso se non mi fondessi con altre persone e non rischiassi anche con loro una continua frantumazione e ricostruzione dei rapporti. A me preme soprattutto scatenare energie e poi seguirle. Questo avviene anche nella scrittura, nel linguaggio. Mi soffermo sul dialetto perché è la lingua che pratico. Mi consente uno sprofondamento che altre lingue non mi permetterebbero. Il dialetto è un accumulo di parole straordinario che, davvero, consente di raccontare l’esistenza degli uomini, andando sempre più alla radice, riscoprendo il momento in cui nasce la comunicazione. E quindi i valori del suono, i valori della parola … anche con essa devi fonderti e rischiare, proprio per non renderla fine a sé stessa, dimenticando l’uomo stesso. Ecco perché il mio stile è un non-stile: per stringere sempre più da vicino l’uomo, cercare di intuire o di scoprire altri livelli di comunicazione. L’uomo non è immobile, cresce nella sua dimensione spirituale, continuamente […]”

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Franco Scaldati

O si è poeti o non lo si è. E Franco Scaldati era un poeta. Certamente! Di lingua viva (il dialetto), lingua della vita, lingua morta … esiste una sola lingua, per di più universale, la lingua della poesia. Quando è la lingua della poesia può essere in tante forme: italiano, napoletano, francese. Se sai essere sincero – e Scaldati lo era -, se parli la lingua della poesia, sei universale. E Scaldati lo è. Le cose, il linguaggio, la scrittura, la parola, raggiungono il loro momento di sublimazione quando creano un’unione con le altre persone. Quando tutto questo è anche degli altri, ed esiste, non è qualcosa di inventato, ma qualcosa che viene riscoperto. È questa la funzione del poeta. Franco Scaldati lo sosteneva in continuazione. “[…] il poeta vive per sé e per gli altri. Non inventa, dice cose che appartengono all’uomo. È una vigilanza continua che il poeta deve avere sulla condizione dell’uomo; in questo senso il poeta deve essere una sorta di guerriero e parlare dell’uomo. A me l’uomo interessa, infatti. Io non faccio assolutamente un discorso sociale; il mio discorso è sull’uomo! […]”

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Franco Scaldati

Se ne è andato un guerriero – e per chi lo ha conosciuto vedendolo anche lì, all’Albergheria, sa che è così, anche fuori di metafora –, un uomo di valore, umano e teatrale, uno scrittore estremo. Sarebbe bello che gli si rendesse omaggio, celebrandolo, ricordandolo, come merita. Che siano ancora vivi e diffusi i suoi testi. Magari, non me ne voglia nessuno, non affidandoli a compagnie del “teatro ufficiale”, ma andando a scoprire e coltivare qualche nuovo collettivo proprio lì, in quelle periferie urbane in cui l’umanità e la vitalità vibrante sanno aprire spazi immaginari e da sogno.

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Franco Scaldati

Sì! Credo proprio di essere estremo e non riesco a non esserlo. Sono sempre ai confini in qualche modo, in questo continuo riconoscere gli altri e me, prendere coscienza e consapevolezza, in questo continuo annegare nell’altro e nella lingua della poesia … in questo continuo frangermi nell’umanità.”

Orevuar et merci.

Federicapaola Capecchi

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