Galleria d’Arte moderna di Milano: VINCENZO GEMITO Voglio aria di cielo! – di Gianfranco Petriglieri

Galleria d'Arte moderna di Milano - VINCENZO GEMITO, Pescatorello, 1876, cera.

VINCENZO GEMITO, Pescatorello, 1876, cera

GAM Milano VINCENZO GEMITO Voglio aria di cielo!Gianfranco Petriglieri per MAE Milano Arte Expo: recensione della mostra alla Galleria d’Arte moderna di Milano (MAPPA) aperta fino al 3 ottobre 2012. “Una vita Gemito l’aveva vissuta nella Grecia Presocratica l’altra nell’Italia Rinascimento”: con queste parole Alberto Savinio sintetizza le due anime dello scultore napoletano nel profilo biografico a lui dedicato in “Narrate o uomini la vostra storia”. Da una parte quella seducente classicità che pervade i suoi scugnizzi, quei pescatorelli e fanciulli a cui ancora oggi l’artista deve la sua fama; dall’altra quell’ideale fil rouge che riconduce la sua attività di demiurgo direttamente all’arte dei grandi maestri del Rinascimento e di Benvenuto Cellini in particolare.

Queste due anime rivivono oggi nella piccola monografica con cui la GAM Galleria d’Arte Moderna di Milano riapre la stagione e scopre i tesori provenienti dal polveroso deposito: una spazio espositivo che completa idealmente il percorso della collezione dell’Ottocento italiano e che con poche, ma preziose, opere riassume efficacemente la parabola artistica di uno degli artisti più intriganti del secolo. Un’esistenza su cui grandi firme delle letteratura del Novecento hanno versato fiumi di inchiostro,  “mitizzando” molte delle vicende personali dell’artista: primo tra tutti il periodo della follia; quegli anni di reclusione – prima in manicomio, poi nel solitario studio di via Tasso – che costituiscono per Vincenzo Gemito un momento di allontanamento dalla pratica scultorea e di avvicinamento alla fede cristiana, di cui il diario (oggi conservato proprio alla Collezione Grassi della GAM) rappresenta un vivo e struggente testamento.

L’iniziativa colma non solo l’assenza della scultore nello spazio museale, ma, più generale dal capoluogo lombardo, dove l’ultima mostra a lui dedicata da un’istituzione risale addirittura alla fine degli anni Trenta: erano gli anni del fascismo e l’opera di  uno dei principali protagonisti della tradizione italiana era celebrato nelle sale del Castello Sforzesco quale massimo esempio di mediterraneità e italianità; due tra le qualità che meglio si confacevano al clima culturale del regime.

Gianfranco Petriglieri Galleria d'Arte moderna di Milano - VINCENZO GEMITOLa prima produzione dello scultore è infatti costellata da tipi umani quali solo nella Napoli fin de siècle se ne potevano trovare, come testimoniato nella serie di testine in cera che attingono proprio all’humus partenopeo e da cui Gemito fu sempre attratto; la quotidianità e insieme la vitalità di quell’ambiente costituiscono la prima inesauribile fonte di ispirazione di tutta la sua carriera. È proprio con l’immagine de Il Pescatorello, la celebrazione del kouros napoletano per eccellenza, che la fama dell’artista trova la consacrazione definitiva, coniugando, come la maggior parte della critica ha rilevato, il naturalismo della posa ad un’astrazione di ascendenza classica: le numerose varianti del soggetto sottolineano la rilevanza dell’attenzione al dato naturale nella creazione artistica gemitiana, evocato dalle lunghe seduta di posa a cui l’artista obbligava i fanciulli nella grotta in Sant’Andrea delle Dame, in quel losco anfratto dove esegue gran parte della propria opera in compagnia dell’immancabile amico Totonno, il pittore Antonio Mancini.

Un secondo determinante fattore per i suoi capolavori fu quella “concezione del passato”, quella necessaria conoscenza della perizia degli antichi, che Gemito poteva ammirare nei musei napoletani e da cui attinge instancabilmente per creare le proprie opere, come nell’ambito della ritrattistica: il Ritratto di Mariano Fortuny, il pittore catalano conosciuto a Portici nel 1874, è un brano significativo della perizia nel modellare la superficie scultorea, cui conferisce un effetto pittorico attraverso il suo materiale prediletto, la cera, con cui rivive tutta  la gestualità del suo artefice.

GAM Milano VINCENZO GEMITO, Giovinezza di Nettuno, 1910, bronzo.

VINCENZO GEMITO, Giovinezza di Nettuno, 1910, bronzo

Vincenzo Gemito recepisce e plasma anche le novità e le suggestioni provenienti dal milieu artistico contemporaneo, come nel caso della raffinata terracotta de La Cantatrice – eseguita negli anni del suo trionfante soggiorno parigino – statuetta a tutta tondo destinata ad una visione a 360 gradi: nell’immagine beffarda della giapponese dal ventaglio svolazzante, l’artista riformula e rielabora il gusto per la moda imperante  dell’arte nipponica concependo un unicum della sua intera produzione.

Nella sua lunga carriera rimase sempre lontano da ogni esperienza d’avanguardia – seppur accolse con eccitamento le novità portate in campo artistico dal Futurismo – preferendo un’arte fortemente ancorata alla tradizione manuale e alle tecniche di discendenza rinascimentale: come un novello Benvenuto Cellini, riporta in auge la pratica della fusione a cera persa, ormai caduta in disuso negli anni dell’epoca industriale, e, quasi in competizione con lo scultore e orafo fiorentino, apre nel 1883 la Fonderia Gemito di via Mergellina a Napoli, destinata a perpetrarne il nome e  gli  exempla artistici tra il vasto pubblico.

L’opera di Gemito rimane però votata alla sperimentazione dei materiali: non solo il bronzo, ma soprattutto i materiali plastici, quali terracotta e cera, quelli in cui è più evidente la volontà dell’artista e la traccia della propria mano, diversamente invece dal marmo, che gli era talmente “odioso” da portarlo alla pazzia.

La commissione regale di una colossale statua di Carlo V, insieme alla realizzazione di un trionfo da tavola, provocano i primi sintomi della crisi e una inevitabile cesura nella sua opera, da cui l’artista esce solo vent’anni dopo nel 1909 con una nuova vena creatrice: la ricerca e la meditazione sull’antico è infatti estremizzata nelle opere novecentesche di Gemito e la competizione con i maestri della tradizione si fa sempre più incalzante. Se nella Giovinezza di Nettuno si pone come inventore manierista, è nella figura di Alessandro Magno che l’artista focalizza tutti i suoi sforzi creativi.

VINCENZO GEMITO - GAM Milano, Maschera di Alessandro, 1920 ca, cera.

VINCENZO GEMITO, Maschera di Alessandro, 1920 ca, cera

Ossessivamente negli ultimi anni della propria carriera, Gemito si dedica alla rappresentazione del condottiero ellenistico, come testimoniato da svariate prove che abbracciano molteplici tecniche artistiche, che trovano nella pratica grafica il loro naturale punto di partenza. Medaglioni bronzei, busti in terracotta, bronzo e cera testimoniano la sua volontà di confrontarsi con tutti i campi scultorei e quasi di gareggiare con il sommo Lisippo, l’unico artista cui l’eroe macedone aveva concesso il divino compito di fissarne l’effige. La Maschera di Alessandro in mostra si pone all’apice di questa sfida e ancora una volta l’artista riesce a dimostrare tutta la propria abilità nel trattamento della materia scultorea, attraverso sapienti passaggi chiaroscurali che conferiscono vitalità e forza all’immagine del sovrano, elevata a  emblema dell’immortalità regale.

Un piccolo focus d’artista che merita una visita anche per la possibilità unica di riscoprire il patrimonio nascosto di una delle più importanti collezioni di arte dell’Ottocento.

Gianfranco Petriglieri

GAM Galleria d’Arte moderna di Milano

Voglio aria di cielo!

Vincenzo Gemito

dai depositi della Galleria d’Arte Moderna di Milano

25 settembre – 3 ottobre 2012

martedì –venerdì 09 -13 / 14 -17:30, chiuso il lunedì

ingresso gratuito

http://www.gam-milano.com/

Milano Arte Expo -milanoartexpo@gmail.com- ringrazia Gianfranco Petriglieri per la recensione della mostra dedicata a Vincenzo Gemito alla Galleria d’Arte Moderna di Milano.

MAE MILANO arte expo

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