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Franco Fossa MOSTRA ANTOLOGICA 1955 – 1999: con un testo di Cristina Palmieri, MAE Milano Arte Expo 1000 Mostre dal dopoguerra a oggi

FRANCO FOSSA, MOSTRA ANTOLOGICA 1955 -1999, CIVICA GALLERIA D’ARTE MODERNA, Comune di Gallarate,14 Marzo – 11 Aprile 1999. “(…) L’individuo nel “non luogo” perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare ad esistere solo ed esclusivamente come utente, numero. La ricerca artistica di Fossa, già dagli anni Settanta, precorre e racconta queste tematiche. Sul finire degli anni Ottanta termina la produzione degli “Ambienti”, per lasciare spazio alle opere definite “Piani-superfici”. In esse scompare la scatola contenitore. Lo spazio in cui l’uomo può muoversi, ma anche impantanarsi – come in “Palude” o in “Ginepraio” – smarrirsi – come in “Labirinto” –  diventa ipoteticamente piano, infinito. (…) – Cristina Palmieri”  -   Continua il progetto 1000 Mostre dal dopoguerra a oggi di MAE Milano Arte Expo. Cristina Palmieri firma il breve saggio FRANCO FOSSA, IL PRECURSORE (seguono i testi e, in ultimo, tutte le immagini del catalogo che fu realizzato nel 1999, con un saggio critico di Andrea B. del Guercio e una breve antologia critica con scritti di Mario De Micheli, Giorgio Seveso, Aurelio Natali, Marina De Stasio.   >>

Cristina Palmieri, FRANCO FOSSA, IL PRECURSORE

  Un uomo pacato, meditativo, dal sagace humour anglosassone. Era così Franco Fossa. Lo conobbi ancora bambina, ma – come ovvio – l’ho “incontrato” più avanti negli anni, quando ormai ero ragazza, coetanea degli allievi del Liceo che dirigeva. Per anni  è stato quasi quotidiano il nostro incrociarci la mattina, il mio imbattermi nelle sue freddure che, oltre a divertirmi, mi consegnavano sempre uno spunto su cui riflettere, talvolta anche disorientandomi.

Ricordo soprattutto i suoi occhi, vivi e miti  dietro gli occhialini rotondi,  il suo tono di voce pacato e sempre basso, quasi a voler dichiarare che, di fronte alla vita, bisogna parlare piano, ed imparare piuttosto ad ascoltare.

Il primo incontro significativo con la sua arte, che già conoscevo da tempo ma che non avevo mai avuto modo di meditare nella prospettiva del suo percorso storico e nella complessità della sua testimonianza, avvenne il giorno dell’inaugurazione della “Donazione permanente” che egli fece al Comune di Rho e che è visitabile presso le sale di “Villa Burba”.

Mi sono trovata di fronte all’artista, al mondo che è stato in grado di osservare e rappresentare, al suo essere “precursore” nell’interpretare la condizione dell’uomo moderno. Anzi, a distanza di un decennio da quell’inaugurazione, che ne suggellava l’intero iter di ricerca, oserei dire che la visione esistenziale di Fossa è stata avvenieristica, ha precorso i tempi, gli studi di molti sociologi e antropologi.

Quel giorno infatti, valutando il messaggio che attraverso la propria scultura l’artista ci consegnava, mi sovvenne la teorizzazione riguardante il concetto di “nonluogo” di Marc Augè. Lo vedremo più avanti a proposito dei “Contenitori” e degli “Ambienti”.

Come scrisse correttamente Marina De Stasio, presentando una sua mostra presso la Galleria d’Arte “Le Ore” di Milano nel 1992, “Franco Fossa ci rende disponibile la sua lunga riflessione sul linguaggio della scultura, e sull’uomo, sullo spazio che è teatro del suo limitato agire e del suo ancor più limitato interagire, dialogare con quelli che gli sono compagni nell’avventura della vita.”

Lo scultore si forma, da un punto di vista artistico e culturale, negli anni appena successivi alla guerra.

Il clima intellettuale è quello della cornice esistenzialista. Dopo il dramma delle due guerre, della violenza in esse insita, delle problematiche economico-sociali ad esse correlate, ad assillare è la riflessione sull’individualità, sulla solitudine (che significa però anche, e soprattutto, unicità ed infinità interiori) dell’io di fronte al mondo, sulla precarietà, la finitudine, il fallimento, l’assurdità dell’esistere.

Tutto questo lo ritroviamo, sin dagli esordi,  nella produzione di Fossa.

Le opere degli anni cinquanta sono – come ebbe a definirle Giorgio Seveso – un “grido filosofico”. L’autore procede  nel proprio cammino di ricerca, formale e plastica, che mai abdicherà, non dimenticando in nessuna occasione di portare in esso la profonda riflessione sulla complessità del senso della vita, sui limiti e le possibilità della libertà individuale.

Queste domande sono  avvertite e poste come fondamentali nel momento in cui vi è la presa di coscienza del fatto che  l’ “io” è in crisi rispetto al vivere e all’ “essere nel mondo”, e si chiede la ragione del proprio esistere come sua parte e in rapporto ad esso.

Franco Fossa, UOMO (SAN SEBASTIANO), 1958, LEGNO, 210X60

Se osserviamo opere come “Uomo (San Sebastiano)”, una scultura lignea del 1958, non possiamo che intravedere, nelle scelte formali, nello scolpito drammatico, fatto di intersecarsi di nervose linee di forza, nella spigolosità e drammaticità delle tratti del volto, a ricordare quelli del Cristo in croce – sofferente, rinnegato, violato e violentato dalla ubris umana –  tutta la tragicità che Fossa ravvisa nell’umano vivere.

Qui non c’è il sarcasmo leggero dell’uomo, qui c’è l’assunzione di responsabilità dell’artista – che mai potrà accettare la concezione dell’ arte come gioco – nel voler portare alla luce, in quei chiodi conficcati nel costato del martire cristiano che diviene simbolo dell’umanità tutta, l’assurdità e le contraddizioni del mondo, la precarietà della vita.

In questo periodo Fossa utilizza molto il legno. Pare essere il materiale con cui predilige intessere un dialogo. Nella materia cerca le tracce che già parlano alla creatività, che lasciano intravedere la possibilità di una forma.

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Egli è molto attratto, come possiamo evincere osservando opere come  “Testa di Cristo”, “Spia” e “Maternità”, tutte del 1958, dall’arte primitiva. Non può che emergere, inevitabile, il ricordo della lezione cubista e picassiana. L’artista è asciutto nello scolpire, non concede nulla, già dagli inizi, alla leziosità, al bel modellato. Rifugge il formalismo, pur essendo ancora legato ad un certo espressionismo; cerca la sintesi.

Franco Fossa, TESTA DI CRISTO, 1958, LEGNO, 140X50 CM

Entra nel legno facendo emergere, dalle sue venature, tagli profondi, che sembrano quasi ferite, in modellati scarni. Spesso crea giochi di alternanza di pieni e vuoti, per accentuare la drammaticità della figura, che troviamo anche nelle sue “bestie”, che a loro volta divengono l’emblema di quel male di vivere montaliano e

Franco Fossa, SPIA, 1958, LEGNO, 160X60 CM

kafkiano che non recede mai.

Fossa però non è assertivo. Pare invece rifiutare il dogma. Il suo discorso è piuttosto poetico. Attraversa l’ombra, anche se come tutti vorrebbe raggiungere il sole, ricordandoci i  versi di Montale nella poesia “I limoni”:

Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta /di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità …../ … Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo, /Nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra /Soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase”

 

Ma il pathos tormentato con cui  caratterizza le proprie figure è anche, come ha ben sottolineato Seveso “ … la manifestazione di una volontà narrante della definizione plastica, della concentrazione lirica e sensibile della materia con cui l’atto drammatico vorrebbe esprimersi allo stato puro …” .

Lo percepiamo molto bene nelle “Teste-ritratti”, che attraversano gli interi anni Sessanta e Settanta. In essi vi è in primo luogo e sempre, accanto ad un discorso filosofico ed esistenziale, una ricerca formale. Un’attenzione vigile, nel plasmare questi volti anonimi (di cui non si descrivono – come l’artista stesso ebbe a sottolineare – i caratteri fisionomici, quanto ciò che possono esternare a livello emotivo), al modellato dei volumi, delle superfici, lavorate e incise diversamente a seconda del materiale utilizzato (gesso o bronzo).  In queste teste, le prime più espressioniste, le ultime più vicine alla ricerca di Brancusi, quindi ridotte all’essenzialità, quasi blocchi puri sui quali si accennano i tratti di una sembianza, vi è molta attenzione al gioco delle luci che riescono a caratterizzare le spigolosità o le rotondità, che sottolineano le cavità oculari,  gli zigomi, le labbra, unica semantica attraverso cui rubare e raccontare l’animo di quegli anonimi incontri nei quali si incrocia lo sguardo di creature simili nel proprio destino di dolore, solitudine, straniamento. E il ricordo corre alle poesie di Ungaretti, a quel sentimento di pietas che ci avvicina all’altro, nella percezione di un medesimo doloroso destino, e ci fa sentire “fratelli”.

Fossa vuole ricordarci, nel farci incontrare questi volti, che in fondo siamo, pirandellianamente, tutti maschere che si muovono sul proscenio della vita, più o meno presenti a noi stessi, spesso ineluttabilmente chiusi nella nostra incapacità di sottrarci alla separazione che nasce dall’omologazione e dall’uniformità di vite troppo uguali.

Franco Fossa, MATERNITA', 1958, LEGNO, 150X60 CM

Questo artista ha sempre testimoniato , attraverso il proprio lavoro la solitudine di cui è vittima l’uomo moderno.  Una solitudine sconfortante, inquietante, intollerabile, come il freddo di un cuore che non sa scrollarsi di dosso l’inverno.

Eppure le città sono piene di traffico; le strade, i negozi e gli uffici sono invasi e percorsi da una folla che non rallenta mai, che non decresce.

Apparentemente non si è mai soli. Come diceva Ortega, in nessuna epoca della storia si è mai vista una tal quantità di folla in giro per il mondo; e non per qualche circostanza eccezionale, ma sempre, abitualmente, senza pause, senza rallentamenti.

I luoghi dove la folla cerca di esorcizzare l’angoscia di questa condizione sono anche i più rumorosi e quelli che meno si prestano alla comunicazione e alla socializzazione.

Arriviamo qui alle opere secondo me più interessanti, almeno da un punto di vista sociologico, ma sicuramente anche da quello più strettamente artistico.

Mi riferisco agli “Ambienti”:  I “Contenitori” degli anni Settanta e le “Scatole”  degli anni Ottanta.

Già preannunciate da alcuni lavori della fine del decennio precedente, queste sculture sono fondamentali nel percorso di Franco Fossa. In primis esprimono una dilatazione del concetto di “scultura” che tange, e sposa, quello di architettura.

L’ambiente non è più lo spazio vuoto, il contenitore virtuale ove ambientare una scultura. L’ambiente entra in essa, ne diviene parte. Non è più contesto possibile, ma contesto semantico, parte integrante del discorso, scultoreo e filosofico.

Inoltre la ricerca si sposta da un’attenzione per la materia, per il modellato, per la superficie da far vivere, da “inventare”, quasi da disegnare, tratteggiare (i disegni e le chine di Fossa ci testimoniano quanto siano contigue in lui la ricerca segnica e la ricerca plastica), ad un’indagine sul rapporto tra pieni e vuoti, luci e ombre, soggetti e spazio in cui essi gravitano e si collocano. Mentre molti, in quegli anni, si adagiavano sul percorso – ancor oggi stancamente replicato – delle installazioni, Fossa “installa” i suoi personaggi nei luoghi del loro vivere quotidiano.

Ma analizziamo queste opere da un punto di vista formale e filologico.

Franco Fossa, SPAZIO-LOCULO, 1969, GESSO PATINATO, 100X70X70

Due sono, certamente, significative: “Spazio-loculo”, un gesso patinato del 1969, nonché “Parcheggio”, del 1971.

La prima anticipa quello che sarà il concetto delle scatole-ambienti. Una testa d’uomo (uno dei consueti ritratti di quel periodo) si inserisce, quasi incastrata in esso, in uno spazio angusto e tormentato, fatto di pieni e vuoti, di buio e luce, una sorta di grotta non ben definita. Quasi un uomo primitivo collocato nel suo primordiale habitat.

La seconda – secondo il parere di chi scrive – è ancor più sintomatica. Tre teste “parcheggiate” in una

Franco Fossa, PARCHEGGIO, 1971, CEMENTO-FERRO, 200X100

gabbia circolare. L’uomo è prigioniero, vittima, ingabbiato dalle sue stesse costruzioni, dalle strutture “contenitive” a cui ha dato vita.

Sul finire degli anni Settanta nascono lavori emblematici, come “Uscita” (1977), “Uomo” (1977) , e ancora “Uscita” (1979).

Come è possibile evincere osservandole attentamente, protagoniste sono figure umane sole. Scolpite in modo rigoroso, senza nulla concedere alla leziosità, al decorativismo. Pochi elementi formali accennati. Paiono scampate ad una tragedia atomica, come i protagonisti di un ipotetico “The day after”.

I loro volti hanno occhi scavati, teste tonde senza capelli, volti sofferenti, solcati da buchi. Corpi asciutti, essenziali, effigiati senza nessuna ridondanza, ma con un modellato talvolta nervoso, eppur fiero nel proprio incedere, ben dritto su se stesso. Hanno però piedi grandi, grossi.

Sembra quasi che lo scultore cerchi di restituire loro un elemento – pur minimo – di stabilità. Qualcosa che li ancori nel loro procedere.

Escono da contenitori che li incarcerano, come gabbie e prigioni, quasi a volersi liberare dai loro fardelli, con un perentorio atto di affermazione di volontà. Ma la drammaticità che, appunto, leggiamo sui loro visi ci indica quanto la meta sia di là da venire.

Fossa medesimo, del resto, fornendoci una chiave di lettura e interpretazione,  dichiarò che l’ “ambiente è lo spazio dilatato dove si accentuano le distanze”.

Franco Fossa, USCITA, 1979, CEMENTO E FERRO, 100X80X70

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Franco Fossa, UOMO, 1977, BRONZO, 45X45

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Franco Fossa, USCITA, 1977, BRONZO E CEMENTO

Distanze che veramente si amplificano nelle sculture definite “Scatole” e protagoniste degli anni Ottanta e Novanta.

In esse lo spazio, l’ambiente che ingabbia, si chiude completamente intorno all’uomo, che si fa minuscola presenza, sempre più omologata, meno tratteggiata. Piccole statuette senza alcun preciso carattere somatico. Solo corpi, ombre di se stessi. Tutte uguali nel loro quotidiano e frenetico andirivieni sul palcoscenico di un nulla troppo pieno, colmo di quell’assordante domanda sul senso, sia che si trovino in spazi di vita affollati e collettivi, sia che siano collocati in silenziosi ambienti privati e domestici.

Per comprendere, vivere, ascoltare queste sculture, è necessario osservarle con attenzione, girarci intorno e guardarle da varie angolazioni, dalle asimmetriche aperture che in esse si spalancano. Su queste scatole si aprono infatti più pertugi, a da ogni pertugio, come nella vita reale, la prospettiva muta, muta il penetrare della luce, conseguentemente mutano le ombre.  Sono come parallelepipedi in cui l’uomo a volte transita frettolosamente, altre volte sosta, altre ancora sembra cercare un modo per uscire. Parallelepipedi esemplari, lisci, scintillanti di un bronzo sempre sapientemente patinato, aritmeticamente proporzionati secondo rapporti che sfiorano la perfezione e che ad un primo sguardo li fanno apparire “gabbie dorate”. Quanto atterrisce è che le figure in esse contenute,  siano due, dieci o ipotetici numeri indefiniti, non comunicano tra loro. Nessuno si ferma, nessuno si incrocia, nessuno trova nell’altro la redenzione alla propria solitudine. Non esiste incontro, non esiste dialogo. Come afferma Massimo Bignardi, essi sono il “silenzioso cubo della nostra esistenza”, i cui “ i piani laterali per un istante si trasformano in fotogrammi di un film”.

Ne prenderò in considerazione due, che ritengo possano ben testimoniare il messaggio che l’artista – attraverso essi – ci consegna.

Franco Fossa, ATTESA, 1977, BRONZO, 36X36X36

La prima è un’opera del 1977, dal titolo “Attesa”. Un cubo di bronzo aperto sui quattro lati.

All’interno di esso, da queste quattro ipotetiche finestre su un mondo, possiamo scorgere due individui alla scrivania.

Ognuno è ripiegato, curvo su se stesso, con la testa china. Mi ricorda l’impiegato kafkiano Josefh K.,  protagonista de “Il Processo”, simbolo di quella solitudine inespugnabile ed ineluttabile, quanto insensata, perché vissuta tra i propri simili, alla quale non è possibile sottrarsi.

Un’altra opera che ritengo paradigmatica, perché ci spalanca a quella riflessione sociologica ed antropologica a cui accennavo inizialmente, è “Supermercato”, del 1987. In legno, ottone e bronzo, questa “scatola”, a mio parere, rasenta l’ apice di un percorso tutto, tanto nell’esecuzione, quanto, e soprattutto, nell’idea filosofica che ad essa sottende.

Franco Fossa, SUPERMERCATO (VISTA DALL'INTERNO), 1982, OTTONE E BRONZO, 84X56X18

Qui –  più che in ogni altra di questa medesima serie – si percepisce come l’ambiente si riduca davvero a puro contenitore. Un ambiente emblematico di una società (lo è a maggior ragione oggi), il supermercato, in cui tutti noi corriamo, transitiamo, vittime di azioni automatiche ed eterodirette, quasi ormai inconsapevoli. Ci muoviamo in esse schiavi dei nostri imput, a nostre volte scatole destinate a “contenere”: informazioni, idee, indicazioni massificate e massificanti.

Nessuno di noi, in questi contesti, è più un “individuo, un’ “identità”, ma solo un’anonima “entità”. In essi ci sfioriamo senza davvero mai tangerci, senza guardarci, piccoli robot senza volto, serrati nei nostri movimenti ripetitivi. Siamo tutti uomini “medi”, “generici”, per questo facili bersagli di quel potere – nemmeno più occulto – che ci rende “consumatori” prima che soggetti di pensiero. Chi siamo? Che facciamo? Ci rimane un’anima?  Interrogativi che, appunto, mi riportano alla ricerca di Marc Augè sul concetto di “nonluogo”, che pure è del 1997. Fossa la anticipa di esattamente quindici anni.

Questo studioso francese definisce i nonluoghi  in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Spazi in cui ogni giorno le nostre individualità si incrociano senza entrare in relazione. Simili eppure diversi (aeroporti, centri commerciali, i cinema multisala, le stazioni, i luoghi di transito in genere) uniformano, azzerano le differenze culturali pur accostandole e avvicinandole. Il mondo, con le sue immense diversità, è paradossalmente tutto racchiuso lì, in questi spazi collettivi che annullano la specificità individuale. Sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario.

L’individuo nel “non luogo” perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare ad esistere solo ed esclusivamente come utente, numero.

Ecco, la ricerca artistica di Fossa, già dagli anni Settanta, precorre e racconta queste tematiche.

Sul finire degli anni Ottanta termina la produzione degli “Ambienti”, per lasciare spazio alle opere definite “Piani-superfici”. In esse scompare la scatola contenitore. Lo spazio in cui l’uomo può muoversi, ma anche impantanarsi, come in “Palude” o in “Ginepraio”, smarrirsi, come in “Labirinto”, diventa ipoteticamente piano, infinito. Non più costrizioni, condizionamenti, ma la possibilità di scegliere, da parte dell’uomo, se cercare, per quanto con estrema fatica e difficoltà, una via di fuga. Lo spiraglio si spalanca come speranza, come possibilità da cogliere per consegnarci alla vertigine della libertà, sempre e comunque.

Perché, come ricorda Kundera nell’ “Insostenibile leggerezza dell’essere” : “Chi tende ‘verso l’alto’ deve aspettarsi prima o poi di essere colto dalla vertigine. Che cos’è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.”    -   CRISTINA PALMIERI, marzo 2012

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Franco Fossa

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FRANCO FOSSA, MOSTRA ANTOLOGICA 1955 -1999

Presentazione
Emma Zanella Manara
Claudio Marcili
Saggio critico
Andrea B. del Guercio

CIVICA GALLERIA D’ARTE MODERNA
Comune di Gallarate – Viale Milano, 21
14 Marzo- 11 Aprile 1999

Coordinamento generale
Silvio Zanella
Emma Zanella Manara

Curatore della mostra
Silvio Zanella

Scelta delle opere
Franco Fossa
Andrea B. del Guercio

Collaboratori all’allestimento
Liliana Bianchi
Luigi Marengo
Marcelle Mazzara
Luigi Sandroni

Impaginatone del catalogo
Claudio Benzoni

Fotografie
Lorenzo Mazza
Enzo Mascitti
Raffaele Marano
Giovanni Ricci
Cesare Somaini

Edizione
Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate

Stampa
Litografia Valli – Induno Olona

Catalogo stampato in 1200 copie
gennaio 1999

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Il calendario artistico ’98-’99 è stato segnato da due importanti mostre di scultori contemporanei: la presente di Franco Fossa e la precedente di Ernesto Ornati. Due esposizioni che pur nella radicale diversità di spunti e di risultati, dimostrano la pregnanza e la vitalità del linguaggio scultoreo in grado di parlare con forza e chiarezza all’animo degli osservatori. In Fossa ciò che immediatamente colpisce è la visione cruda della realtà. Nulla ingentilisce i suoi uomini, né gli spazi in cui sono inseriti (che anzi amplificano il senso di sconsolata solitudine), né la forma, precisa, secca, tagliente, non descrittiva. Fossa giunge senza preamboli al centro della questione che gli sta a cuore: lo sconcertante delirio dell’uomo in generale e di quello moderno in particolare, oppresso da un ritmo di vita incalzante e frenetico, teso a raggiungere una meta che non gli è dato di conoscere. Nelle intense “teste ritratti” degli anni sessanta l’artista coglie attraverso la materia e la forma l’esistenza corrosa dalla sofferenza e dal dubbio, dal trascorrere del tempo, dalla solitudine. E la luce, frantumata, spezzata e contrastante, contribuisce in modo radicale a trasmettere il senso tragico dell’esistere. Come negli “Ambienti”, modellati proprio dalla luce, dal succedersi dei pieni e dei vuoti, dei chiarì e degli scurì che fanno da “contorno” scenico-teatrale, a figure umane piccole e incapaci di liberarsi dalla fatica. La visione tragica della vita non è tuttavia in Fossa senza speranza. L’argine alla disperazione totale e la visione di un futuro meno angosciente sono infatti conferiti dalla ricerca formale dell’artista, dalla progettazione che sottende ogni singola scultura. Non vi sono infatti spazi, personaggi, mantiene abbandonati alla casualità di un gesto disperato e senza ritorno. La ragione, il sapere dell’artista controllano ogni cosa: il rapporto tra gli spazi, cadenzati da un’armonia classica che in sé è già veicolo di speranza e le deformazioni delle figure umane sempre trattenute entro la logica e il rispetto dell’uomo stesso. Per Fossa infatti la “metafora di questa condizione umana (di soffocamento) si traduce in una scultura che non vuole essere soltanto denunzia, ma uno fra i molti strumenti per capire e cambiare l’incombente realtà”.

Emma Zanella Manara

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È un vero piacere per la Civica Galleria d’Arte Moderna ospitare un artista bravo e serio come Franco Fossa. I suoi lavori, in tutta onestà, mi hanno veramente colpito. È raro trovare un artista che riesca, in modo così immediato, a testimoniare la fragilità e l’inquietudine dell’uomo moderno. Ma c’è di più: da queste sculture traspare, a mio giudizio, una sensibilità straordinaria. Proprio perciò esse riescono a trasmettere emozioni forti e per certi versi contrastanti. Questo contrasto è ancor sintomatico della capacità che ha Franco Fossa di interpretare i dubbi in cui si dibatte l’uomo moderno. Infatti se è vero che da un lato traspare una sensazione di angoscia, dall’altro si percepisce una dolcezza, una delicatezza, una malinconia poetica che sono, certamente, il segno di un grande artista.

L’assessore alla cultura
Claudio Marelli

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Andrea B. Del Guercio   >>

Un viaggio a Rho e nella scultura di Franco Fossa


L’attenzione critica rivolta all’opera artistica di Franco
Fossa trova personale origine in una prima diretta
visita a Rho ed ai due distinti studi dello scultore;
vorrei provare a ricordare quel viaggio riproponendolo
in questo saggio con quell’insieme di forme
scoperte, di osservazioni sugli sviluppi e sui processi
estetici e problematici rilevati.
All’immediatezza della conoscenza con i suoi valori
di intuizione ed invenzione, di collocazione all’interno
di un processo storico ed ancora alle diverse
ipotesi sull’attualità e l’incisività del valore espressivo,
si aggiunge la particolare suggestione di una percezione
delle opere inserite nel loro contesto specifico
ambientale; particolarmente per la scultura la
collocazione delle opere all’interno dello studio è infatti
occasione per un confronto assai più ampio di
valori, frammenti e testimonianze di un processo,
sempre lungo per specifiche ragioni tecniche, di redazione,
di relazioni inedite con diversi elaborati autonomi
rispetto alla cronologia ed al gusto estetico.
11 primo dei due studi di Franco Fossa visitato in un
soleggiato pomeriggio di fine settembre mi introdusse
con estrema immediatezza all’interno del processo
espressivo inteso sotto forma di lucida globalità
di intenzioni e di valori; l’ampio e luminoso sviluppo
uniforme dello spazio imponeva un percorso
scandito da tappe particolarmente ravvicinate per
cui opere di diverse natura formale, materia e datazione
si percepivano attraverso un sistema di relazioni
accelerato; ad un primo rapido attraversamento
in cui la curiosità del nuovo suggerisce una fruizione
d’insieme, nel tentativo di rintracciare il seno
di un’avventura umana e da qui ad una verità artistica
globale, faceva seguito un più attento e filologico percorso di ritorno.
Sul fondo dello studio e forse un po’ in ombra, appartati
e temuti con l’autorità della loro antichità sia
di data che di origine estetica di riferimento stanno
i grandi legni scolpiti da Fossa negli anni ’50; l’impatto
mi sposta immediatamente dalla contemporaneità
intesa come stagione della modernità verso la
testimonianza storica ed all’interno del senso antico
del tempo umano; il legno, la patina di una materia
viva, predispone con la sua stessa natura antica
emozioni subito molto forti, fatte di memoria e di
qualità del messaggio popolare, ma non drammatiche
perché distolte dall’immediatezza del presente.
Ma mentre mi pongo alla ricerca di un filo di sviluppo
estetico consequenziale con l’intensità ieratica degli
antichi legni, imbatto nell’aggressione violenta ed
-8 estrema, condotta su chi riceve ma anche espressa come
dramma rivolto all’interno, nella presenza di un
certo numero di figure animali bestiali; lo stravolgimento
espressivo dell’immagine testimonia subito
una volontà espressiva tesa verso l’uscita dai rigori
della forma e proiettata verso l’esasperazione di essa;
un’azione che mi colpisce non tanto per la brutalità
del povero soggetto, quanto per il gesto portato sulla
materia e per l’energia improvvisamente portata.
Allineate con ordine lungo una mensola come muto
pubblico di una memoria antica, che ha perduto i
dettagli e conservato solo l’emozione ed il frammento
di un’espressione, ho assistito alla successione
espressiva delle teste e dei ritratti nati alla fine degli
anni ’60; sono volti che il ricordo ha solo accarezzato
con delicatezza, evitando sottolineature e durezze,
strappi ed aggressività; volti che non parlano,
che osservano da molto lontano tutto il muovere di
una realtà di cui si d i s i n i e i e v , m i > ; la mia osservazione
fu inevitabilmente attenta a questo ciclo fatto di
rari e minimi spostamenti della superficie e della
materia plastica .
Al centro del grande studio, prendendo possesso di
gran parte dello spazio con le soluzione plastico-architettoniche
più rigorose, sono costretto ad un confronto,
nuovo sul piano della percezione della scultura,
con una serie di manufatti caratterizzati dall’impianto
forte della struttura; i nuovi volumi dal
forte carattere di invasione dello spazio determinano
la progressiva scomparsa di una consolidata centralità
del soggetto, sia nella descrizione figurata che
nell’analisi geometrica, costringevano ad una osservazione
‘archeologica’ di quanto in essi si racchiude
e trova esistenza e sviluppo.
I ‘Contenitori e Passaggi’, prima anfratti sofferti degli
anni 70, poi ‘Scatole’ degli anni ’80 caratterizzate
dai volumi architettonici al cui interno la vita in
essi sembra ridursi, creavano attraverso l’inevitabile
dislocazione ravvicinata e spesso in sovrapposizione
e contaminazione la significativa sensazione di una
realtà urbana articolata ed organica, al cui interno
potevo circolare per rilevare nuove realtà estetico
spaziali e contesti espressi di valore esistenziale dai
chiari contorni sociali.
Quel valore di città che risultava dalla collocazione
d’insieme dei singoli volumi plastici veniva completamente ribaltato attraverso la scelta espressiva di
questi ultimi anni per la superficie piatta dei ‘Piani’
che ancora la lettura d’insieme sottolineava portandomi
ad immaginare un’unica opera con i connotati
di un’ampia spiaggia.
Giunto con questo mio primo percorso all’ultimo desiderio
di approfondire le diverse ragioni di una natura
espressiva sicuramente interessante, forse di
fronte alla manifestata esigenza di approfondire ogni
distinto passaggio estetico accoglievo l’invito dello
scultore di soffermarmi sulla prima stagione artistica,
quella caratterizzata dai primi grandi legni, recandomi
in visita ad un precedente studio in cui ancora
erano depositate le sue prime opere.
La nuova tappa della mia visita presentava alcune
giovanili sculture in legno ed in gesso, anche di
grandi dimensioni, immerse in un clima ambientale
del tutto diverso dalle asetticità della maturità artistica precedentemente osservate;
quei valori formali testimoni di culture ed esperienze popolari in cui vige
un’intensità espressiva in un’immobilità primitiva
che riconoscevamo nei grandi legni degli anni ’50
appaiono qui confermate e sottolineate attraverso
l’interazione con un habitat ricco di testimonianze
dirette della vita quotidiana.
Anche l’antico studio rappresenta il tassello significativo
ed utile per meglio e più direttamente comprendere
la nascita e gli sviluppi di un’esperienza
creativa nata sullo stretto rapporto tra arte-vita, un
rapporto mai scisso da Fossa e perseguito con il rigore
di una sensibile coscienza critica.
Fossa: “La cruda realtà della guerra ha portato gli
intellettuali a sondare vari aspetti dell’esistenza dell’uomo.
Posso dire senza ombra di dubbio che il realismo dei
fìlms del dopo guerra abbia interessato una generazione
di giovani artisti. Così è successo per quanto
concerne il ‘realismo esistenziale’ tramite i concetti
filosofici espressi da Sartre, Brecht,…
In questo ambito storico-filosofico ha avuto inizio la
mia formazione artistica in cui l’uomo nella sua essenza
viene considerato un pianeta da esplorare.

-

Premessa per un saggio dedicato alla scultura
di Franco Fossa.
È del tutto inevitabile ed aggiungerei indispensabile
che dall’incontro tra due generazioni distanti quali
quelle di Franco Fossa e di chi scrive nascano soluzioni
di giudizio e di valutazione utili ad un riesame
non solo di una specifica avventura artistica ma anche
del suo inserimento all’interno del giudizio storico-
artistico.
La lettura dell’antologia critica dedicata all’opera plastica
di Franco Fossa lungo quest’ultimo mezzo secolo
appare infatti oggi forzatamente e sproporzionatamente
orientata all’interno di una generale tendenza
figurativa caratterizzata da un esasperato impegno
sociale; ora ritengo che se quel sistema di giudizio
presentava ragioni storiche per la sua definizione ed
in parte anche riscontri con il patrimonio artistico
per la sua affermazione, oggi necessita una sostanziale
revisione attenta a recuperare di quel patrimonio
espressivo valori e qualità sottostimate e particolarmente
riconoscibili entro dell’opera stessa, all’origine
di caratterizzazioni linguistiche, di scelte tecnico-materiche
e prassi significative per interessi narrativi che
si rinnovano sistematicamente lungo l’esistere.
Non voglio per l’opera di Fossa disconoscere l’impegno
espressivo dedicato alla condizione umana,
agli aspetti più umiliati ed offesi ma scoprire che intorno
a questa condizione, all’origine di essa e parallelamente
con il suo sviluppo si collocano altri
principi e nuovi valori.
Non si tratta oggi di cancellare giudizi che attengono
ad un realismo estetico e ad un impegno sociale
anche spesso esasperato ed in grado di avvolgere ed
annettere indiscriminatamente forme ed espressioni
estetiche ma orientarli su fattori e proporzioni specifiche;
d’altra parte abbiamo oggi un quadro della
storia della scultura figurativa assai più preciso per
ciò che riguarda i suoi effettivi sviluppi ed in particolar
modo appare sostanzialmente ed amaramente
stravolto gran parte di quell’iniziale giudizio ‘politico’
sostituito in maniera dichiarata da un generale,
lento accomodamento espressivo su una cultura di
citazione, di un arretramento rispetto alle tensioni
espressionistiche e da una predilezione a favore di
soluzioni estetiche di accomodamento al gusto e ad
un accademismo di ritorno.
A questa storia più recente e ‘disimpegnata’ che ha
minato dall’interno la validità, pure importante, di
un pensiero critico ‘impegnato’, Franco Fossa non
ha aderito né si è uniformato; le ragioni sono da rintracciare
in un’autonomia espressiva che includeva
in se stessa altri valori culturali.

Fossa: “La scultura oggi non si identifica nella ‘statuaria’.
Sta sparendo l’uso del modello (uomo e donna)
nelle Accademie di Belle Arti. Con questo non voglio affer-
mare che non si debba considerare la figura umana.
Occorre cambiare punto di vista; non più la statua
come demento essenziale per ‘fare scultura’.
Non la statua per la statua, ma l’ambiente nel quale
la figura o le figure sostano o si muovono.
Lo spazio inteso come luogo di vita, di sosta, di attesa,
di speranza.

Dai legni e dalle ‘Figure’ del 1957/60
alle ‘Bestie’ in gesso del 1960/66
II primo ciclo di opere redatto da Franco Fossa con
impiego significativo del legno assume un ruolo che
deve essere ritenuto particolarmente importante per
i valori specificatamente espressi ma anche per le
tracce profonde che dovremmo percepire lungo l’intero
sviluppo creativo dello scultore; il ciclo dei legni
ha peso, cioè attraverso la memoria in evoluzione
di quei primi valori formali, ma soprattutto sotto
forma di patrimonio culturale e per ragioni di un radicamento
interiore su ogni nuovo passaggio linguistico
e tematico.
Ciò che colpisce in particolar modo per assumere
un valore non semplicemente tecnico ma più
profondo è l’approccio del giovane scultore al legno;
un atto linguistico che agisce sotto forma di grande
concentrazione alla luce del sistema linguistico di
incidenza .
La produzione dell’opera, come prassi manifesta appare
più nitidamente l’effettivo frutto di un sistema
estetico-segnico di definizione della materia che l’effettiva
descrizione del soggetto figurato; la riconoscibilità
del reale nella figura dalle sembianze umane
o animali, appare sicuramente la conclusione di
una serie di passaggi che hanno un proprio specifico
peso estetico ed una valenza culturale testimoniata
nel suo radicamento nell’interiorità di Fossa.
La superficie scandita con la costante e perseverante
forza di una subbia che asporta materia per costruite
un esteso tessuto uniforme animato dai segreti risvolti
dell’unità plastica è testimone di una prassi
espressiva che lavora sul suo stesso esistere lingui-
stico, su un travaglio interiore nella definizione del
la propria essenza tattile e visiva; un processo
espressivo che il giovane Franco Fossa ha subito intuito
ed elaborato sul piano delle intenzioni teoriche
attraverso il riesame attento dall’esasperazione metodologica
dei valori linguistici perseguiti da Medardo
Rosso e da Brancusi, rintracciati in Picasso e in
Giacometti.
Il raggiungimento di alcuni straordinari risultati da
osservare particolarmente nella ‘Figura’ del ’58,
neU”Angelo’ e nei ‘Tre filosofi’ del ’59, nelle diverse
redazioni del ‘Cane’ tra il ’57 e il ’60, hanno in realtà
alle spalle, con valore di affascinazione profonda ed
avvolgente condizione emozionale, l’essenza di un
patrimonio culturale, visivo e letterario, e di esperienza
popolare atemporale distribuito oltre le specificità
archeologiche più colte; dalla lettura di questi
grandi monoliti lignei ritengo ancora in essi stessi
possibile rintracciare la dichiarazione di un rapporto
con la memoria in cui si rispecchiano i fantasmi
persistenti di un antropomorfismo antropologico
testimoniato dalla storia della scultura.
Il nuovo ciclo di sculture prodotto lungo la prima
metà degli anni ’60, caratterizzato dall’introduzione
manipolatoria del gesso, viene dedicato da Franco
Fossa ad una trasformazione del cane in senso decisamente
organico; l’azione espressiva sembra esprimere
improvvisa una nuova materialità plastica, fisicamente
prorompente ed informe, ma anche in questo
nuovo passaggio, duro e violento per una ricezione
estetica normale, lo scultore ci sottopone i risultati
difficili di scelte espressive in cui l’espressionismo
non è il risultato indotto della materia e della
forma ma la condizione linguistica della realtà
plastica stessa, del suo essere in movimento tra la vita
e la memoria, tra il ricordo e il pensiero del presente.
Violenza ed aggressività, rifiuto e riluttanza, paura e
disamore sembrano essere valori che Fossa, estrae
direttamente senza descrivere, dall’interno segreto
della materia, dal concetto di massa quale accumulo
di energia; è l’azione linguistica dell’arte ad individuare
e riconoscere lo spirito antico del nucleo
d’argilla, di quel segreto che muove le cose tra la vita
e la morte, tra un inizio e una fine ed un nuovo
inizio, lungo il cammino della storia.
Fossa: “Sono stati i primi modelli che ho avuto a disposizione
durante la frequenza all’Accademia di
Brera e gli anni successivi.
Questi primi soggetti mi hanno dato lo spunto per
proporre plasticamente le ‘bestie’ intese come simboli
della violenza, dell’esasperazione, del male.
Ho tentato di comunicare tutto questo con una modellazione
aspra, concitata. Debbo dire che c’è stata
una vera lotta tra me e il soggetto sul quale lavoravo,
una lotta psico-fisica. “

Le Teste e ritratti’ nel decennio 1962/1972

Si deve subito sottolineare e ben valutare che il ciclo
dedicato da Fossa al volto ed alla testa non risulta in
nessun modo caratterizzato dalla volontà di corrispondere
ad un’anatomia nella quale si riconosce
storicamente la potenziale maggior fonte di espressività
presente nel soggetto umano; ancora l’utilizzo
del gesso ed in alcuni casi nella traduzione definitiva
del bronzo indicano la particolare esigenza di
Fossa di ricercare altri valori rispetto alla descrizione
e alla stessa interpretazione.
espressionistica, nel significato più ampiamente riferito
al valore concettuale insito nella vita della materia,
l’operazione espressiva condotta in questo ciclo
si qualifica attraverso un’azione in dissoluzione e
mimetizzazione dei valori estremi con predilezione
per una nuova condizione, direi ancora aformale,
dello stato della materia plastica quale valore della
realtà.
È ancora nell’unità del volume plastico, nella sua ritrovata
compattezza, scomparse le ferite ed ogni altro
valore, che lo scultore tenta e raggiunge la ricerca
di un requisito estetico-formale determinato dalla
pacatezza e dall’uniformità; si tratta di un Fossa
nuovamente attratto dalla condizione antica della
staticità e dalla forza che persiste oltre l’immediatezza
per farsi verità in un procedere espressivo per
astrazione in cui la testa ci rappresenta l’effettiva immagine
del volume ed il volto la natura della superficie.
Fossa: “II disegno è una annotazione; diverse annotazioni
formano lo studio, il quale non si conclude
mai in modo assoluto perché mancano non una sola
cosa, ma diverse cose.

l ‘Contenitori e passaggi’ degli anni ’70
e le ‘Scatole’ degli anni ’80

Gli anni ’70 rappresentano per l’arte di Franco Fossa
l’avvio di una stagione di ricerche nuove sul piano
generale della prassi espressiva e quindi il conseguimento
di risultati importanti attraverso l’abbandono
dell’indagine sulla materia, sulla staticità e il
movimento, il volume e la superficie, e l’introduzio-
ne dello spazio, successivamente del vuoto.
Si tratta di un percorso che ha inizio nel ’69 con l’introduzione,
forse dettata dalla necessità di giungere
alla conoscenza di quella materia esterna – ancora la
materia – alla centralità del soggetto umano, dell’architettura
plastica; prima è il ‘loculo’ e il ‘tunnel’ a
captare l’attenzione dello scultore per le strette relazioni
con i particolari valori tattili del volume e della
superficie, ma è presto un sistema scatolare a farsi
spazio con elementi formali rigorosamente spaziali in
grado di contenere prima le ‘Teste’ e quindi l’uomo.
Se del ciclo dedicato al volto si t sottolineata la natura
linguistico-sperimentale di quell’azione espressiva,
della presenza nuova dell’uomo si dovranno individuare
le ragioni di un’operazione in cui la descrittività
ha funzione ancora di esasperazione delle
-14 funzioni creative; l’uomo di Fossa è in realtà solo lo
strumento grottesco di tutta una ricerca dedicata
lungo quest’ultimo ventennio ai valori di una scultura
che, abbandonato il segreto del volume, osserva
ed indaga l’articolazione della superficie, la stabilità
della parete ed il movimento nello spazio ed infine
raggiunge il vuoto.
Non si dirà qui di solitudine e spaesamento, di coercizione
attraverso gli strumenti dell’habitat, ma si
dovrà osservare il processo di minimalizzazione della
scultura in bronzo e in ferro di Fossa, del volume
e quindi della superficie, dove la seconda introduce
autonomamente, attraverso la natura geometrica,
l’estensione e l’inclinazione del piano, la piegatura
dell’angolo e lo sviluppo della parete, la definizione
dei vuoti, delle prospettive che si aprono e che delimitano,
che organizzano ed articolano; il soggetto di
questa nuova indagine creativa, focalizzato sullo
spazio, appare ancora la scultura stessa, con la sua
diversa natura, atta ad ospitare diversi soggetti
(umani), ma soprattutto un’infinita organizzazione
di se stessa, cioè del vuoto che le da la ragione di esistere.
Fossa: “II primo ambiente con figure è nato da una
sensazione dedotta dalla presenza dei miei genitori
in una stanza.
Ho avuto la sensazione che lo spazio dilatandosi allontanasse
ognuno di loro con i propri ricordi.
Nasce così il problema della solitudine: una solitudine
dettata dal rapporto dei personaggi con un determinato
spazio e la presenza di mobili scarni ed essenziali,
quali la sedia, la panchina, il tavolo.
Con ciò ha avuto inizio la serie degli ambienti domestici,
poi quelli inerenti la vita collettiva: la metropolitana,
l’ufficio postale, il supermercato, ecc.
Questi ultimi lavori sono il frutto di riflessioni scaturite
dalla frequenza di questi luoghi. Ho notato che
l’identità del singolo sparisce: l’uomo in questo caso è
una entità numerica. “

l’Piani’ di questi anni
Il titolo affidato da Fossa alle più recenti ricerche
conferma l’area di pensiero e l’indirizzo estetico in
cui da tempo e con grande attenzione si muove; mi
riferisco ad una visione della scultura che concentra
la sua attenzione sul vuoto, che sceglie di perdere la
centralità monolitica dell’opera per acquisire l’essenza
di un rapporto con la staticità dello spazio, con la
sua immobilità appena solcata; la scultura di Fossa,
quale frutto di un lavoro analitico di riduzione e minimalizzazione
dei dati plastico-volumetrici, appare
oggi rappresentata dalla sola concezione della superficie,
per essere il piano stesso.
Di fronte al conseguimento di questi ultimi risulti
espressivi, ad uno sviluppi qualificato della carica
sperimentale nella concezione estetico-linguistica
della scultura, ritengo che Fossa si possa porre di
fronte al suo mestiere, ricongiungendosi sul piano
teorico ed intimamente ideale a quel territorio culturale
da cui era partito e che si raccoglieva nei primi
‘legni’; i ‘piani’ di oggi, seppur formalmente così
diverse, raccolgono in se stesse, attraverso il dato
della staticità e della stabilità, del radicamento massimo
in quanto porzione effettiva di suolo un’espressività
infine auto-dichiarante; è nello ‘spazio
della superficie’ che Fossa ha rintracciato ancora il
senso di una scultura nuova ma dalle radici antiche
e nella cui azione ‘rivelata’ sta interamente il grande
segreto dell’interprelazione del reale.
Fossa: “Nei casi in cui non vengono considerate le
pareti e gli ostacoli, l’uomo è presente con la sua desolazione.
Lo spazio sembra continuare oltre la delimitazione
della superficie, accentuando così il senso
della solitudine.
Il protagonista si presenta in attesa di un evento.
Come nella realtà non tutto è negativo, in alcuni casi
ecco l’uomo avanzare verso uno spiraglio: uno spiraglio
di vita, di speranza. “

Andrea B. Del Guercio

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Antologia critica

Fossa è un giovane scultore, nelle sue opere è possibile leggere
suggestioni e riferimenti, ma egli possiede già una propria
fisionomia, una propria forza.
È però uno scultore che domanda di essere guardato con
insistenza, poiché la sua scultura non offre nessun piacevole
appiglio alla comprensione. È una scultura aspra e schiva, che
occorre penetrare con pazienza. Ma è senz’altro una scultura che
merita questa fatica.
Questo fatto oltre che dalle difficoltà inerenti alla natura stessa dei
contenuti che Fossa cerca di esprimere, dipende anche dalla
72 elaborazione del linguaggio: un linguaggio che non si accontenta
della ripetizione di schemi tradizionali, ma cerca i propri mezzi in
un largo ambito di esperienze formali, tentando al tempo stesso di
convenire ogni elemento alle esigenze del proprio temperamento e
dei propri motivi morali e poetici. Cosi, dunque, nasce la sua
scultura. Non c’è in essa arbitrarietà o presunzione. È una
scultura che procede un passo dopo l’altro, solidamente, verso la
sua maturità. Fossa non è un artista sbrigativo, precipitoso. È un
artista cosciente dei problemi che ha davanti e che li affronta con
decisione. La sua scultura è il frutto di questa coscienza e di
questa ostinazione.
Mario De Micheli – 1961

Fossa incide lo zinco con segno arido, fitto, brulicante.
È un segno che insiste sui dati somatici sino a esasperarli,
sino a irritarli, forzandoli alla definizione inquietante della
precarietà, della penuria biologica dei protagonisti. Non si
tratta comunque di una descrizione pietistica.
I “dati” che egli fornisce hanno un vivo valore di traslato,
costituiscono cioè l’indicazione di un depauperamento
dell’integrità dell’uomo, della sua usura interiore, anche se
non mancano di corrispondere ad una precisa verità
sociologica.
A rafforzare un tale significato intervengono tuttavia altri
elementi plastici di natura completamente-diversa: sono gli
elementi geometrici, come sbarre, pareti, contenitori, che
premono sui personaggi, o contro cui gli stessi personaggi
urtano per rompere l’aridità, per aprirsi un varco. Tra questi
elementi impersonali, al limite dell’astratto, come del resto
sempre più spesso astrattamente impersonale si presenta nella
società tecnologica il meccanismo della violenza, e la
rappresentazione dei personaggi, si manifesta di conseguenza
un rapporto di tensioni che costituisce il momento più alto
dell’energia dell’immagine.
Ma c’è pure un altro fatto che va sottolineato come un aspetto
nuovo del lavoro di Fossa ed è l’apparizione, di questi fogli,
dell’uomo che ritrova se stesso, la propria misura, nell’unità
solidale con la pluralità degli uomini. In questa unità si
spezza la solitudine, si rompe il cerchio dell’oppressione, la
rivolta diventa azione cosciente. Di questa presa di coscienza
Fossa ci da, in una delle sue incisioni, un’immagine in tre
tempi sovrapposti: l’uomo solo, l’uomo in gruppo diseredato,
gli uomini che muovono affiancati nel segno della propria
forza e dignità.
È quasi un’immagine “pedagogica”, dove egli propone e
risolve simbolicamente il problema dell’uomo all’interno delle
contraddizioni della società contemporanea.
Mario De Micheli – 1973

Nel modellato e nell’ambientazione delle figure, cosi come nell’uso
dei più diversi materiali Fossa si dimostra ricco d’una sensibilità
ferma e affilata e d’una sperimentata padronanza formale.
Sono mezzi che egli ha saputo mettere a fuoco su una vivissima
adesione alle sorti drammatiche e contraddittorie dell’esistenza
umana contemporanea, sulle vicende quotidiane di squallore, di
solitudine, di frustrazione dell’uomo prigioniero di una civiltà
malata e di una decadenza ineluttabile quanto necessaria.
Giorgio Seveso – 1977

Sto guardando queste ferme figure di donna che Franco
Fossa scolpì nel legno nell’anno 1955. Due immagini
affiancate, di saldezza arcaica, il cui sguardo rivela, nella
intensità, l’attesa di un avvenimento ormai imminente. Sono
personaggi integri, senza interne ferite, dai gesti composti,
dalla rigida verticalità che sottolinea la volontà di confrontarsi
senza cedimenti con quel che sta per accadere. Ma già la
madre col bambino scavato a proteggerlo nel suo seno, con
quelle linee deformate da un gran vento, prelude al vicino
sconvolgimento.
Il momento successivo, quello ‘esistenziale’ intendiamo, rivela
grande attenzione per l’opera di Bacon ma anche la capacità
dell’artista di sviluppare autonome soluzioni quali quel
processo di sottrazione ricordato che con pochi segni
moltiplica l’incisività dei personaggi. Ma già la scultura sta per
cambiare dimensione, si articola, si approfondisce, registra,
grazie alle nuove esperienze che circolano nella ricerca,
continue accumulazioni, recupera lo scenario, il racconto.
…Per quella straordinaria fusione tra scultura e architettura,
tra spazio e luce, tra razionale e irrazionale che fanno della
sua opera il più perfetto modello di girone dantesco.
Qui il negativo è assoluto, agli uomini non è rimasto né volto
né dignità da salvare. Ma attenti, lo scultore non ne è il
creatore, registra solo e lo comunica.
Per noi, e realmente, crea solo spazi solari, progettati e
qualche volta realizzati, spazi a misura d’uomo dove natura e
artificio, razionalità e gioco si fondono insieme. Un
frammento della Città del Sole. Controproposta e speranza.
Ma di questi altri vi parlerà.
Aurelio Natali – 1984

Se è compito dell’artista indicare nella realtà che ci circonda quello
che da soli non sapremmo vedere, certo Fossa svolge questo
compito fino in fondo: far sentire con intensità il banale, invitarci
a guardare con altri occhi gli spazi e le cose che sono per noi
scontati, e che hanno un senso proprio per la loro mancanza di
senso, strade, corridoi, scale, gallerie, dove tanto nostro tempo si
consuma in una vana, sospesa fase di passaggio. La sua scultura
rende cosi visibile la condizione essenziale dell’esistere odierno:
una solitudine che nasce dall’uniformità, dal grigiore, dall’assenza
di stimoli, e che quindi non si accompagna a libertà d’azione, ma
al suo contrario; una rete di rapporti stereotipati, fissi,
semplificati, che obbliga a un numero chiuso di percorsi obbligati,
con minime e irrilevanti, o solo apparenti, possibilità di scarto e di
scelta. L’artista lo dice oggi non con l’esasperata, sdegnata carica
espressionistica degli anni Settanta, ma con la constatazione
pacata, a volte ironica e irridente, di una realtà evidente, frutto
più di una condizione al tempo stesso esistenziale e psichica, che
di malefici condizionamenti sociali.
Marina De Stasio – 1991

L’ambiente è per l’artista il punto d’approdo della scultura, il
suo divenire architettura, struttura della vita e non solo
dell’immaginario: una scultura d’ambiente, nell’accezione del
manifesto boccioniano del 1912, il quale recita ‘che non vi
può essere rinnovamento se non attraverso la scultura
d’ambiente, perché con essa la plastica si svilupperà,
prolungandosi potrà modellare l’atmosfera che circonda le
cose’. Fossa ha interpretato, in chiave lirica, il senso moderno
che assume l’idea di modellare l’atmosfera: ha inteso
spalancare lo spazio della coscienza per avvertire il fremito di
paura che avvince la società. Nei labirinti, nelle ultime opere i
perimetri si slabbrano, si dilatano in direzione di linee
immaginarie, da seguire come suoni lontani, armonie del
silenzioso spazio che ci circonda.
Massimo Bignardi – 1994

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Biografia

Franco Fossa (1924- 2010)

Nasce a Milano, frequenta l’Umanitaria ed a Monza
l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, dove
avrà per maestro Marino Marini.
1950 Si diploma all’Accademia di Brera di Milano dopo
aver eseguito, tra gli altri, i corsi di Giacomo Manzù e
di Francesco Messina.
1957 Vince con Floriano Bodini, Rodolfo Aricò e Pia Gola
la borsa di studio offerta dal Premio Città di Milano.
1960 È segnalato al XI11 Premio Suzzara ed alla IV Biennale
d’Arte Sacra di Bologna.
1961 Vince a Verona in collaborazione con l’architetto Aldo
Montù il I Premio per un progetto di monumento
dedicato all’Unità d’Italia. Il progetto troverà
attuazione nel 1965 sulla piazza Vittorio Veneto di
quella Città.
1963 Ottiene la medaglia d’oro alla Mostra Internazionale
di pittura e scultura della città di Padova.
1973 Premiato alla mostra Internazionale della Medaglia di
Udine.
1974 Segnalato alla Biennale Nazionale di Scultura di Arese.
1979 Ottiene la targa di Presidente del Consiglio della
Regione Lombardia al Premio Seregno-Brianza.
1982 Riceve il I Premio al concorso indetto dal Comune di
Busto Arsizio per un monumento alle Vittime del
lavoro. Il progetto è steso con la collaborazione degli
architetti Gian Piero Spigarelli e Bario Manzo, dello
scultore Antonio M. Pecchini e del pittore Salvatore
Lovaglio. Il monumento è stato eseguito nel 1985.
1984 II Comune di Rho organizza, in occasione del 60°
compleanno dello scultore, una grande mostra
antologica della sua attività artistica.

Principali mostre collettive

1948 Milano, Accademia di Brera, Premio Medardo Rosso.
1951 Milano, Galleria del Naviglio, Premio Diomira.
1952 Milano, Premio S. Fedele per giovani artisti.
Milano, Galleria Cairola, Selezioni lombarde per le
Olimpiadi della Cultura.
Suzzara, V Premio Suzzara.
1953 Milano, Villa Belgioioso, Incontri nella gioventù.
Milano, Premio Famiglia Meneghina.
Roma, Mostra Nazionale per il conferimento di premi
d’incoraggiamento del Ministero della Pubblica
Istruzione.
Verona, II Biennale d’arte.
1955 Milano, XIX Biennale Nazionale d’arte.
Milano, Testimonianza al Vangelo degli artisti italiani.
Pallanza, Mostra di disegni di artisti italiani.
1958 Bologna, III Biennale Nazionale d’arte sacra
contemporanea.
Cantù, I Premio Nazionale Città di Cantù.
Suzzara, XI Premio Suzzara.
1959 Carrara, II Premio Carrara. Biennale Internazionale di
Scultura.
1960 Bologna, IV Biennale Nazionale d’arte sacra
contemporanea.
Milano, Galleria delle Ore, Mostra Collettiva.
New York, Monede Gallery, Mostra Collettiva.
1961 Milano, XXIII Biennale Nazionale d’arte.
1962 Fiesole, III Premio Nazionale Città di Fiesole.
Firenze, Mostra Internazionale del Fiorino.
1963 Busto Arsizio, Mostra di scultura all’aperto.
Padova, Esposizione Internazionale di pittura e
scultura nel VII Centenario Antoniano.
Torre Pellice, Mostra d’arte contemporanea.
1964 Milano, Premio Nazionale della Famiglia Artistica
Milanese “V Bignami”.
Milano, Galleria del Mulino, Disegni di scultori.
1965 Bergamo, Palazzo della Ragione, Mostra di pittura e
scultura “II lavoro parti giano”.
Brescia, Mostra Nazionale di grafica.
Parigi, Mostra della medaglia contemporanea.
1966 Arezzo, Rassegna Internazionale della medaglia
contemporanea.
Brescia, Associazione Artisti Bresciani, Mostra di
Gruppo.
Roma, Rassegna Internazionale della medaglia
contemporanea.
Torino, Galleria Martano, Mostra di Gruppo.
Zagabria, Mostra della grafica italiana.
1967 Ancona, Galleria Europa, Mostra Internazionale di
scultura.
Milano, Premio Rancati.
Milano, Galleria delle Ore, Mostra Collettiva.
1968 Milano, Galleria delle Ore, Mostra Collettiva.
1969 Mosca, Museo Puskin, Artisti milanesi.
1970 Varese, Battistero, III Rassegna d’arte Città di Varese.
1971 Soragna, IX Premio Soragna di bianco e nero e
litografia contemporanea.
Varese, Battistero, IV Rassegna d’arte Città di Varese.
1973 Carrara, VII Biennale Internazionale di scultura Città
di Carrara.
Udine, Loggia del Lionello, III Triennale Italiana della
medaglia.
1974 Arese, I Biennale di scultura.
Milano, Casa della Cultura, I Rassegna della giovane
immagine critica a Milano.
Milano-Parigi, Mostra grafica “II Cile come la
Comune
di Parigi”.
1975 Busto Arsizio, Italiana Arte, Mostra degli insegnanti
del Liceo Artistico di Busto Arsizio.
Cuggiono, Biblioteca Comunale, Mostra Collettiva,
lesolo, Mostra di opere grafiche “II segno dell’uomo”.
1976 Arese, II Biennale di scultura.
Milano, Palazzo della Permanente, Mostra di disegni e
di sculture.
Milano, Arengario, Ora e sempre Resistenza.
Udine, IV Triennale della medaglia.
Varese, Mostra di grafica Città di Varese.
1977 Arese, Galleria Gipico, Mostra della piccola scultura.
Milano, Centro d’arte L’Isola, Mostra Itinerante di
grafica civile e politica.
1978 Arese, Galleria Gipico, 24 + 4 disegni e sculture.
Rho, Villa Burba, III Biennale Nazionale di scultura di
Arese.
Seregno, Premio Internazionale Seregno-Brianza.
1979 Milano, Rotonda della Besana, Rassegna
Internazionale di scultura.
Rho, Villa Cornaggia-Medici, Rassegna del disegno e
dell’incisione.
1980 Codogno, Proposta-incontro con 12 scultori.
Milano, d’allena II Fante di Spade, Nel segno della
scultura.
Monza, Villa Reale, IV Biennale Nazionale di Scultura.
Pizzighettone, Centro Culturale, Proposta-incontro
con 12 scultori.
1981 Bergamo, S. Agostino, Deserto. Aspetti della
condizione umana attraverso l’arte.
Udine, V Triennale della medaglia.
1983 Busto Arsizio, Linguaggi, tematiche, esperienze visive.
1984 Castano Primo, Villa Rusconi, Mostra d’arte sacra.
Milano, Permanente, XXIX Biennale Nazionale d’arte.
Rho, “Sele A”. Ambiente, arte, arredamento,
architettura.
Udine, VI Triennale Nazionale della medaglia.
1985 Besozzo, Maggio d’arte a Besozzo – incontro con la
Scultura.
1986 Besozzo, Maggio d’arte a Besozzo – di Cortile in
Cortile.
Asti, I Biennale di “Asti Scultura”.
1988 Ravenna, VII Biennale Internazionale del Bronzetto
Dantesco.
Potenza, Salone Seminario, Mostra di disegni.
Ternate, Palazzo Comunale, Sculture in cemento.
Milano, Centro Ponte delle Gabelle, Mostra di grafica.
Bari, Expo-Arte.
1989 Foggia, Palazzetto dell’Arte, Tracce di un alfabeto.
Milano, Consiglio di Zona 20 “Quando le dimensioni
sono diverse”.
Bari, Expo-Arte.
1990 Moson-Magyarovar (Ungheria), Rassegna
Internazionale di Scultura.
Ravenna, IX Biennale Internazionale del bronzetto dantesco.
Foggia, Laboratorio Arti Visive, Oggetti.
1991 Legnano, Mostra Internazionale di scultura all’aperto
e della piccola scultura.
Lucera, Centro Studi Mecenate, Aspetti del realismo
esistenziale.
1993 Giappone, Mostra Itinerante in varie Città.
Torre S. Patrizio, Biennale d’Arte Contemporanea
Equinozio di Primavera.
Milano, Galleria delle Ore, Basaglia – Collina – Della
Torre – Fossa – Ghinzani – Vago.
Monte S. Angelo, Mostra di disegni “Mappe” Museo
Tancredi.
Lucera, Centro Studi Mecenate, Mostra di disegni.
Carnago, Vili Ed. Premio Cesare Pavesi.
Milano, Galleria delle Ore, 30 autori – Opere su
carta.
1994 Cremona, Santa Maria della Pietà, Reale e
Immaginario.
S. Severo, Aspetti della grafica contemporanea.
Desio, Rassegna Internazionale di scultura.
1995 Busto Arsizio, “Mappe” Rassegna di disegni.
Oderzo, Palazzo Foscolo, Stanze e interiorità.
Padova, XVI Biennale Internazionale “Piccoli e Grandi
Bronzi”.
Tokio / Nigata, Gallery Bumpodo, Senza Frontiere.
1996 Casorate Sempione, Premio S. Vito.
1997 S. Severo, Trame del disegno contemporaneo.
Milano, Permanente, Arte di immagine in Lombardia.
1998 Lucera, Architetture delle fornaci.

Mostre Personali

1949 Rho, Centro Culturale.
1954 Milano, Centro d’Arte S. Babila.
1959 Milano, Galleria delle Ore.
1960 Brescia, Galleria Alberti.
1961 Brescia, Galleria Alberti.
1963 Milano, Galleria delle Ore.
1964 Rho, Biblioteca Popolare.
1969 Brescia, Centro Internazionale d’Arte.
1969 Busto Arsizio, Galleria II Triangolo.
1972 Rho, Galleria il Portichetto.
1974 Milano, Galleria Palmieri.
1975 Milano, Galleria Mody.
1975 Brescia, Galleria S. Michele.
1975 Rho, Area della Fabbrica Valsesia.
1977 Arese, Galleria Gipico.
1977 Milano, Galleria Valentini.
1978 Cremona, Galleria Botti.
1981 Brescia, Galleria Ferrari.
1982 Como, Galleria La Colonna.
1991 Milano, Galleria delle Ore.
1995 Milano, Centro San Fedele.
1995 Lucera, Centro Studi Mecenate.
1997 Rho, Galleria Zelcova

Menzioni e segnalazioni
1952 Milano, Mostra Premio S. Fedele.
1953 Milano, Mostra Incontri della Gioventù – Villa
Belgioioso.
1960 Suzzara, XIII Premio Suzzara.
1960 Bologna, Biennale Arte Sacra.
1963 Bologna, Mostra Internazionale Antoniano.
1965 Bergamo, Mostra Nazionale Palazzo della Ragione.
1967 Ancona, Mostra Internazionale alla Galleria Europa.
1967 Milano, Fondazione Edoardo Rancati Galleria d’Arte
Moderna.
1974 Arese, Biennale Nazionale della Scultura.

Interventi in spazi pubblici

Verona Fontana-monumento per il centenario dell’Unità
d’Italia, 1961 in collaborazione con l’architetto Aldo
Montù.

PRMIO AL CONCORSO REGIONALE 'MONUMENTO ALLE VITTIME DEL LAVORO' PER IL COMUNE DI BUSTO ARSIZIO. In collaborazione con S. Lovaglio, D. Manzo. A.M.

Busto A. Monumento alle Vittime del Lavoro indetto
dall’Amministrazione comunale, 1982 in
collaborazione con Antonio Maria Pecchini,
Salvatore Lovaglio, e con gli architetti Dario Manzo
e Gian Piero Spigarelli.
Rho Monumento dedicato alla Resistenza eseguito per
incarico dell’ANPI e dell’Amministrazione
comunale, 1988.
Luterà Monumento sepolcrale a Padre Angelo collocato
nella chiesa di Cristo Re, 1992 in collaborazione
con Salvatore Lovaglio.
Rho Intervento di arredo urbano inerente ai problemi
educativi dei bambini nella scuola S. Pietro, 1992.

-

Immagini dal catalogo:

Franco Fossa, 'FIGURE', FIGURA, 1975, LEGNO, h. 150 cm,

-

Franco Fossa, 'FIGURE', PAPA, 1958, legno, h 150 cm

-

Franco Fossa, 'FIGURE', DONNA, 1958, legno, h 110 cm

-

Franco Fossa, 'FIGURE', TRE FILOSOFI, legno, h 50 cm

-

Franco Fossa, 'FIGURE', ANGELO, 1959,LEGNO, h 120 cm.

-

Franco Fossa, 'FIGURE', STREGONE, legno, h 70 cm

-

Franco Fossa, 'FIGURE', FIGURA, legno, h 180 cm

-

Franco Fossa, 'BESTIE', CANE, 1957, legno, 140 CM.

-

Franco Fossa, 'BESTIE', CANE, 1959, legno, 120 cm

-

Franco Fossa, 'BESTIE', ANIMALE MESOZOICO, 1960, legno, 55 cm

-

Franco Fossa, 'BESTIE', BESTIA, 1962, gesso patinato, 30x20x15 cm

-

Franco Fossa, 'BESTIE', BESTIA, 1962, GESSO PATINATO, 30X30X15 CM

-

Franco Fossa, 'BESTIE', BESTIA, 1963, bronzo, 70x40x30 cm

-

Franco Fossa, 'BESTIE', BESTIA, 1963, bronzo, 65x38x30 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', RITRATTO DI M.Z, 1966, gesso patinato, 28x28x22 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', RITRATTO DI A.F., 1966, bronzo, 32x28x22cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', RITRATTO DI M.Z., 1966, gesso patinato, 28,28,22 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', TESTA, 1967, gesso patinato, 28x28x21 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE'. TESTA, 1968, gesso patinato, 28X28X22 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', RITRATTO, 1968, bronzo, 28x28x22cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', BUSTO, 1970, gesso patinato, 80x60x50 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', RITRATTO, 1970, gesso patinato, 30 cm

-

Franco Fossa, 'TESTE', UOMO, gesso patinato, 30cm

-

Franco Fossa, 'PASSAGGI', SPAZIO-LOCULO, 1969, gesso patinato, 100x70x70 cm

-

Franco Fossa, 'PASSAGGI', SPAZIO-LOCULO, 1970, bronzo patinato, 60x50x30 cm

-

Franco Fossa, 'PASSAGGI', SPAZIO-LOCULO, 1970, bronzo, 60x50x30 cm

-

Franco Fossa, 'PASSAGGI', CONTENITORE, 1974, bronzo, 50x45x12 cm

-

Franco Fossa, 'PASSAGGI', CONFLITTO, 1977, bronzo, 45x45 cm

-

Franco Fossa,'PASSAGGI', USCITA, 1977, bronzo, 100x100x45 cm

-

Franco Fossa, 'PASSAGGI', USCITA, 1977, ferro e legno, 50x70x50, 1000 mostre MAE Milano Arte Expo

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', ATTESA, 1977, bronzo, 36x36x36

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', UOMO, 1981, ottone e bronzo, 12x12x12 cm

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', SOLI, 1982, bronzo, 36x36x36 cm

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', AMBIENTE INSTABILE, 1986, ferro e bronzo, 18x18x18 cm

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', AMBIENTE URBANO, 1987, bronzo e acciaio, 54x54x18 cm

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', SPIRAGLIO, 1988, bronzo, 30x18x18 cm

-

Franco Fossa, 'AMBIENTI', AMBIENTE, 1993, ottone, 40x40x20cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', ONDA, 1990, legno e gesso, 100x100x15 cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', GINEPRAIO, 1990, bronzo, 42x42x6 cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', SPIRAGLIO, 1992, bronzo, 42x42x6 cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', PERIFERIA A, 1992, bronzo, 24x24x4 cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', PERIFERIA B, 1992, bronzo, 24x24x4 cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', ATTESA, 1992, bronzo, 42x42x6 cm

-

Franco Fossa, 'PIANI', ORATORE, 1993, bronzo, 42x42x4 cm

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Rimanete aggiornati con le “reinaugurazioni” on line 1000 MOSTRE di MAE Milano Arte Expo:

Studio Marconi.1973LOUISE NEVELSON  - click: LINK

GUY HARLOFF, Galleria Carini, Milano, 1990 – click: LINK

Wassily Kandinsky, Galleria d’arte del Cavallino, Venezia, 1951 – click: LINK

DINO BUZZATI, 1967 – Galleria Il Portichetto – click: LINK 

DADAMAINO, L’Assoluta leggerezza dell’essere, Cortina Arte, 2008 – click: LINK

Se siete interessati a collaborare al progetto 1000 MOSTRE o a proporre la ripubblicazione on line di cataloghi  utili a fornire libero materiale di studio e approfondimento – nella logica della valorizzazione  di una “storia delle mostre” che si sono svolte in Italia dal dopoguerra a oggi – (senza alcun fine di lucro e in totale accordo con gli aventi diritto su testi e immagini):

mail – milanoartexpo@gmail.com

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Fondazione Marconi di Milano aderisce al progetto Documenti d’Arte del Novecento di Milano Arte Expo con una vasta mole di materiale storico che verrà messo on line. Altre gallerie e fondazioni stanno unendosi a questo cospicuo e progressivo piano di lavoro. Per  collaborare: milanoartexpo@gmail.com.
Il testo che segue è pubblicato nel fascicolo Studio Marconi Documenti n° 8 del 1982La nuova pittura tedesca >leggi

MILANO
FONDAZIONI
SPAZI ESPOSITIVI



Biblioteca di via Senato
Via Senato 14 | t. 0276215318
Info e programmi su www.bibliotecadiviasenato.it

Centre culturel français de Milan
Corso Magenta 63 | t. 02 4859191
Info e programmi su http://www.culturemilan.com

Hangar Bicocca - Spazio d’arte contemporanea
Via Chiese 2 (traversa di Viale Sarca) | t. 02 853531764
Info e programmi su http://www.hangarbicocca.it

Fabbrica del Vapore
Viale Procaccini 4 | t. 02 88464102
Info e programmi su http://www.fabbricadelvapore.org

Fondazione Alessandro Durini - Palazzo Durini
Via Santa Maria Valle 2 | t. 02 8053029
Info e programmi su http://www.fondazionedurini.com

Fondazione Marconi
Via Tadino 15 | t. 02 29419232
Info e programmi su
http://www.fondazionemarconi.org

Fondazione Antonio Mazzotta
Foro Buonaparte 50 | t. 02 878197
Info e programmi su
http://www.mazzotta.it

Fondazione Mudima
Via Tadino 26 | t. 02 29409633
Info e programmi su
http://www.mudima.net

Fondazione Arnaldo Pomodoro
Via Andrea Solari 35 | t. 02 89075394
Info e programmi su
fondazionearnaldopomodoro.it

Fondazione Prada
Via Fogazzaro 36 | t. 02 54670216
Info e programmi su
http://www.fondazioneprada.org

Fondazione Stelline
Corso Magenta 61 | t. 02 45462411
Info e programmi su
http://www.stelline.it

Fondazione Nicola Trussardi
t. 02 8068821
Info e programmi su
fondazionenicolatrussardi.com

Forma – Centro Internazionale di Fotografia
Piazza Tito Lucrezio Caro 1 | t. 02 581188067
Info e programmi su
http://www.formafoto.it

Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta 59 | t. 02 48008015
Info e programmi su
http://www.creval.it

Museo Diocesano
Corso di Porta Ticinese 95 | t. 02 89420019
Info e programmi su
http://www.museodiocesano.it

Museo Poldi Pezzoli
Via Manzoni 12 | t. 02 796334
Info e programmi su
http://www.museopoldipezzoli.it

Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia L. da Vinci
Via San Vittore 21 | t. 02 485551
Info e programmi su
http://www.museoscienza.org

Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
Viale Filippo Turati 34 | tel. 02 6551455
Info e programmi su
http://www.lapermanente-milano.it

Spazio Oberdan
t. 02 77406300/6302
Viale Vittorio Veneto 2, ang. Piazza Oberdan
Info e programmi su
www.provincia.milano.it/cultura

Triennale Bovisa
Via Lambruschini 31, ang. Via Codigoro | t. 02 724341
Info e programmi su
http://www.triennalebovisa.it

Triennale di Milano
Triennale Design Museum

Viale Alemagna 6 | t. 02 724341
Info su http://www.triennale.it 
www.triennaledesignmuseum.it

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