ARKEN Museum for Moderne Kunst – Una visita al museo di Copenhagen, Federica A. Sala

Damien Hirst, 2-Amino-5-Bromobenzotrifluoride, 2011. Photographed by Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2011. Gift from The Merla Art Foundation, London, 2011

Federica A. Sala – corrispondente di MAE Milano Arte Expo – ha visitato lo splendido museo ARKEN, progettato dall’architetto Søren Robert Lund e inaugurato nel 1996 in occasione della nomina di Copenhagen capitale europea della culturaFederica A. Sala >  Una visita al museo ARKEN trasporta ad una dimensione sospesa, dove tempo e spazio si incontrano distorti, parti di una relazione osmotica esclusiva che restituisce il senso del presente della società contemporanea. Fondato nel 1996 dalla regina Margherita di Danimarca, ha dimostrato sin da subito una marcata identità, che si manifesta visibilmente nella sua architettura: la forma richiama metaforicamente un’arca, spazio di preservazione; è una citazione materiale che pronuncia la sua propria definizione di arte, concetto la cui evoluzione non ha mai osservato arresto, come veicolo di redenzione in una realtà plasmata da materialismo e consumismo.  >>

Personaggi che vengono identificati col nome di YBA (young british artists, giovani laureati presso la Goldsmiths University of London),  artisti visuali che iniziarono il loro lavoro negli anni novanta in Gran Bretagna, come Tim Noble & Sue Webster, Marc Quinn, Sarah Lucas, Damien  Hirst, riempiono lo spazio insieme ad artisti di fama come Christian Boltandki e Jean Arp e ad artisti danesi di grande calibro come Olafur Eliasson e compongono una collezione che illumina, angoscia e stupisce il visitatore. Installazioni coinvolgono direttamente lo spettatore che viaggia nello spazio dell’opera e nel tempo rappresentato, che nel caso di Boltanski è la memoria nell’opera Les lits, nella quale espone la traccia  della sua personale maniera di valutare il pensiero della morte, ultimo tabù del XXI secolo e tema cruciale di molta arte contemporanea. Opere interattive come Your negotiable panorama di Olafur Eliasson rappresentano il ruolo attivo che il fruitore assume nella trasmissione del messaggio artistico. L’azione, in questo caso fisica, modifica e personalizza l’opera rendendola unica ad ogni diverso intervento. Consideriamo inoltre che l’astrazione artistica continua la sua esplorazione assumendo sempre più i caratteri di una vera e propria indagine del mondo, come nel caso di Knight Torso di Jean Arp la cui figura si connette alla primordiale natura di una ameba, rappresentando un corpo umano. La ricerca si arricchisce sfidando il rapporto fra parola e figura, accostando all’oggetto il titolo.

Damien Hirst, Love’s Paradox (Surrender or Autonomy, Separateness as a Precondition for Connection.), 2007. Photographed by Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2011

In questo panorama che dimostra lo sviluppo della dinamica artista-oggetto-spettatore, la reazione dell’arte alla crisi di valori, l’evoluzione di temi come la morte, la caducità, il caso, il rapporto fra essere e corpo,  un denso contributo, che concorre ad evidenziare il fine comunicativo del museo e ne alimenta l’ideologia di fondo, viene dalla donazione Dresing.

Nel settembre 2011 la fondazione Merla, iniziata e promossa dai coniugi Dennis e Jytte Merla Dresing, fa dono di quattordici opere di arte contemporanea all’ARKEN; otto dei suddetti lavori sono firmati Damien Hirst, caustico interprete della realtà che merita la galleria centrale.

L’artista britannico indaga il nostro presente e la sua arte manifesta il senso di disorientamento e incoerenza

Portrait of Damien Hirst, Photography by Anton Corbijn

dell’uomo contemporaneo. La dimensione esistenziale del suo operato si incontra nell’esposizione del rapporto che ognuno mantiene con il corpo e la materialità, che si fa lamento attraverso l’accostamento di elementi antitetici e dissonanti. La riflessione sul rapporto fra buono e bello e brutto e cattivo è onnipresente e costantemente  le opere offrono una ricezione che provoca un corto circuito: enormi pois colorati, belli, rappresentano un veleno chimico. Informazione che riceviamo dalla lettura del titolo dell’opera: 2-Amino-5-Bromobenzotrifluoride. La ricezione completa dell’opera risiede proprio nella comprensione della sintesi fra gli elementi disarmonici. L’ esempio conseguente è Carcinoma: un cerchio, figura della perfezione e dell’infinito è cornice e contenitore del male, rappresentato da una superficie riempita da mosche schiacciate, simbolo di morte, caducità, imperfezione. Il messaggio artistico trova compimento proprio nel baleno di sgomento che frastorna e sbigottisce lo spettatore. L’arte di Damnien Hirst si trova precisamente in quell’istante, quando due differenti sensazioni deformano la prima impressione e impongono una riflessione. L’esperienza Hirst va dunque vissuta nello spazio dello spettatore, che muovendosi nella distanza, lentamente incontra l’opera. Progressivo avvicinamento che coincide con la graduale comprensione, come avviene anche per il lavoro M132826-Bladder_cancer,  light_micrograph_SPL.jpeg, nel quale il brillante colore rosso nasconde alla visione a distanza i numerosi rasoi che riempiono quella che è la raffigurazione di un campione di sangue infetto. La pura bellezza estetica ha smesso di essere l’unica utilità dell’arte. Lo spettatore ideale è attivo e reattivo, deve cogliere l’epifania che la fruizione di un’opera di Hirst costa.

Damien Hirst, The Four Elements (Who’s Afraid of Red, Yellow, Green and Blue), 2005. Photographed by Anders Sune Berg © Damien Hirst and ARKEN Museum of Modern Art. Gift from The Merla Art Foundation, London, 2011

Lungo una delle pareti della sala dedicata all’artista un dipinto assorbe l’attenzione: The Four Elements (Who’s Afraid of Red, Yellow, Green and Blue). Quattro campiture piatte rappresentano i quattro elementi, rappresentano il nostro pianeta, abitato da molti piccoli bellissimi esseri. Dopo aver abbracciato l’intera visione inizia l’approccio e ci si avvicina per osservare con cura i soggetti. I bellissimi astanti sono vere farfalle invischiate nel colore. La contemplazione estetica svanisce e lo spettatore resta smarrito, ma guidato dalle domande che la visione esercita. E’ questa la rappresentazione dell’uomo moderno, essere che dimentica costantemente la sua caducità nutrendo solo il proprio corpo? Il messaggio è ambiguo e i dubbi che genera vanno custoditi come conoscenza. Le altre opere presenti nella galleria collaborano alla nascita di un sentimento forte, deformato dal senso di colpa, che sia diretto oppure obliquo. Love’s Paradox (Surrender or Autonomy, Separateness as a Precondition for Connection) è una delle più celebri realizzazioni tecniche di Hirst: un animale sotto formaldeide. Precisamente due parti anteriori di mucca, divise dalla parte posteriore, che è  assente. Il titolo è un chiaro messaggio polemico che ricorda il declino, alla dipartita dell’anima, del corpo, la cura del quale aliena il nostro io dai veri bisogni. Che la connessione citata sia quella con Dio o quella con noi stessi è quesito personale, ma il paradosso dell’amore insegna che la distanza dal fisico è la sola maniera per stabilire il contatto. L’immanenza mondana è una grande menzogna. Ma la critica più eloquente è dichiarata in For the Love of God, The Diamond Skull, il  noto cranio ricoperto da più di ottomilaseicento diamanti, presente in riproduzione fotografica. Cosa è davvero prezioso? ci domandano  le macabre orbite ingioiellate. L’amaro sarcasmo nell’opera The Last supper non può che caricare il pensiero. Forse possiamo trovare una risposta nella statua in bronzo Saint Batrholomew, Exquisite Pain, o forse risposta non c’è e allora rivolgiamo lo sguardo verso Beautiful B. Painting, per comprendere che Damien Hirst non intende rispondere, ma domandare, seminare il dubbio come sorgente di pensieri.

Damien Hirst, Beautiful B painting, 1996. Photographed by Anders Sune Berg © Damien Hirst and ARKEN Museum of Modern Art.. Gift from The Merla Art Foundation, London, 2011

Angoscia, cura eccessiva del corpo, morte in vita non sono temi esclusivi dell’artista britannico, ma costellano la produzione artistica contemporanea, sapientemente collezionata dall’ARKEN museum.

Il sentimento di disorientamento e la riflessione sulla vita e la morte è evidente e percepito durante tutta la visita. L’opera di Marc Quinn Stripped (Blockhead again) è un altro esempio. Una sagoma umana vuota inondata da una sostanza densa che lo ricopre abbondantemente rappresenta la crisi di identità in atto nella società occidentale, dove la divisione fra corpo e anima è un processo ormai irreversibile. Tema religioso, posto accanto ad un’altra opera, la provocatoria The Walthamstow Tapestry di Grayson Perry, che rappresenta una moderna messa in scena, si noti che i soggetti sono le figure più influenti del consumismo, della Apocalisse biblica. La preoccupazione per le nostre anime sembra essere diventato inconsciamente quanto consapevolmente tema dell’arte, un’arte che esprime pienamente i sentimenti dell’uomo moderno, accolta in un museo a forma di arca. Queste le parole che accolgono i visitatori: “Il dominio della luce / dall’alto / mandata per confortare / sulla spuma / delle onde dell’oceano”. Potrà la riflessione generata da queste creazioni offrirci la salvezza che Noè offrì durante il Diluvio Universale?

 Federica Antonella Sala – corrispondente di MAE Milano Arte Expo da Lund (Svezia)

ARKEN Museum for Moderne Kunst

Indirizzo: DK-2635 Ishøj, Skovvej 100.

Come raggiungerlo: Dalla stazione centrale di Copenhagen, prendere il treno E della linea S in direzione Køge. La fermata è alla stazione di  Ishøj, fuori dalla quale si trova la stazione dei pullman, dove parte il n° 128 che porta direttamente al museo.

Per maggiori informazioni consultare il sito: http://www.arken.dk/content/us


Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *