Angela Vettese: Si fa con tutto – Il linguaggio dell’arte contemporanea, Laterza 2012, recensione di Luca Pietro Nicoletti

Il “bricolage” dell’arte contemporanea in un libro di Angela Vettese. Recensione di Luca Pietro Nicoletti > A poco meno di due anni dalla prima edizione, esce in edizione economica Si fa con tutto. il linguaggio dell’arte contemporanea (Editori Laterza, click: LINK per acquisto on line), segno del meritato successo dell’agile volumetto di Angela Vettese, in cui si affronta il problema dell’arte del presente dal punto di vista della sua produzione materiale e dei modi e materie (e non-materie talvolta) con cui si fa arte. È un dato di fatto che a partire dal Novecento l’arte non è più soltanto dominio della pittura e della scultura, e che a queste si sono affiancate nuove grammatiche visive, nonostante nel pubblico non manchino, tutt’oggi, forti resistenze nei confronti di quelle forme espressive che richiedono nuove forme di fruizione, a cui non si è ancora del tutto abituati. >

Il punto fondamentale di questo libro, in fondo, è la presa di coscienza che l’arte contemporanea abbia bisogno di guide per la “navigazione” che ne smontino i meccanismi. «Chi voglia comprendere le implicazioni dell’opera», scrive l’autrice, «deve entrare nel suo processo costitutivo e chiedersi come funziona» (p. 4).

E questo meccanismo viene spiegato con una chiarezza che raramente si riscontra negli storici dell’arte. Angela Vettese, infatti, ha il dono di una scrittura che sa esporre concetti molto complessi in maniera accessibile: questo en fa uno dei migliori esempi di divulgazione fatta con competenza e senza scadere nella loro banalizzazione, come nel fortunatissimo Capire l’arte contemporanea (Torino, Allemandi 1996 click: LINK per acquisto on line).

Non va trascurato nemmeno che la Vettese è stata autrice, con Gillo Dorfles, di uno dei migliori manuali per i licei che spieghino con chiarezza, e senza approssimazioni, l’arte del Novecento. Tutto questo fa di questo libro recente una guida illuminante per i neofiti in cerca di chiavi di lettura e per gli scettici che vedono nel contemporaneo soltanto un coacervo di nonsense. Il tal senso, l’esposizione di Angela Vettese offre un’analisi intelligente delle opere sullo sfondo dei mutamenti socio-antropologici e in parallelo con il procedere della riflessione estetica e teoretica: fra le fonti di questo libro, non a caso, si troveranno più filosofi e semiologi –oltre agli esempi più autorevoli della critica militante ovviamente- che storici dell’arte.

«Non si può fare il Partenone» afferma, «in un mondo in cui vige il dubbio» (p. 13), ammesso che non si voglia fare un revival kitsch e Disneyano, come pure è stato fatto. D’altra parte, però, diventa anche necessario mettere in evidenza gli addentellati di certa produzione artistica con la società: Vettese mette in guardia infatti dalla tentazione di ridurre l’arte contemporanea a disamina autoreferenziale del proprio linguaggio e del proprio statuto di esistenza, secondo una interpretazione, fa notare, che parte dalla lettura delle Lezioni filosofiche di Wittgenstein. Non si tratta infatti di arte che parla di se stessa, o non soltanto di quello, ma di nuovi nessi con i problemi sociali: la performance che parte dal corpo femminile, in tal senso, è un esempio calzante di come determinati temi siano inevitabilmente legati ai mutamenti del costume (e anche il corpo diventa, in varie forme, un “linguaggio” dell’arte).

La chiave di lettura che viene offerta da questo libro, seguendo percorsi tematici (e problematici) più che uno svolgimento cronologico, verte intorno alla definizione del contemporaneo come bricolage, traendo spunto da un’idea del semiologo Jean-Marie Floch (Jean-Marie Floch, Bricolage. Lettere ai semiologi della terra ferma, Roma, Meltemi, 2006 – click: LINK sito editore, scheda del libro) ma trasportata efficacemente come metafora dell’arte contemporanea, intendendo il bricolage come «un dispositivo aperto, capace nella storia dell’arte di dilatarsi fino a includere non solo l’assemblage ma anche l’arte ambientale, l’arte di comportamento, l’arte centrata, appunto, sulla partecipazione dello spettatore» (p. 26), e specificando che «non si intende qui proporre un bricolage di materie, ma di idee eventualmente incarnate anche in materiali correnti» (p. 154, nota 7). Non bisogna infatti cadere nella tentazione di ridurre questo libro ad un manuale di tecniche artistiche moderne (come poteva essere, per esempio, Marina Pugliese, Tecnica mista, Milano, Bruno Mondadori 2006): il dato materiale non vale in sé, né come descrizione di procedimenti operativi mirato a offrire delle “istruzioni per l’uso” per ripetere determinati processi creativi, ma è una chiave di lettura fenomenologica dell’opera d’arte. L’intento dichiarato è infatti di proporre casi esemplari nei mutamenti del linguaggio per capire “come” si fa l’arte contemporanea e, aggiungerei, come questo mutamento sia legato al presente e come vada interpretato in relazione ai mutamenti socio-culturali e, aggiungerei, alla cultura visiva del presente: Non è un’osservazione banale, ad esempio, sottolineare il significato sociale dei manichini per l’epoca delle avanguardie storiche: la Vettese fa infatti notare che i volti delle dive del cinema di allora, Greta Garbo in primis, erano studiati a tavolino ispirandosi al make-up dei manichini delle vetrine: la diva doveva rispondere a uno stereotipo e lo stereotipo doveva poter passare dagli Studios di Hollywood alla strada e viceversa; e da questi, in ultimo, nei manichini surrealisti.

Questo non significa, ovviamente, mettere fra parentesi tutto quanto la pittura e la scultura in senso tradizionale abbiamo portato al presente: il libro non ne parla soltanto perché esulano dal problema preso in esame, e perché implicano altri ordini di problemi. D’altra parte, però, Angela Vettese mette in guardia anche da una eccessiva venerazione nei confronti dell’abilità manuale fine a se stessa, condivisa anche da molti artisti di oggi: «L’abilità manuale è stata […] riabilitata, ma d’altro canto non è più necessaria né sufficiente al compimento dell’opera. Ed è particolarmente difficile superare il lutto legato al disegno figurativo. Si è sempre molto sensibili di fronte al bambino che sa disegnare bene, il quale tende a sembrarci quasi magico. Anche ammesso che la capacità di rappresentare le cose sia indice di una particolare forma di intelligenza, la buona mano non porta molto lontano ove non sia allenata e associata a diversi studi» (p. VIII).

Luca Pietro Nicoletti

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