Pietro Diana. Gli ottant’anni di un maestro dell’incisione – Luca Pietro Nicoletti

Testo di Luca Pietro NicolettiGli ottant’anni di Pietro Diana: un maestro dell’incisione. – Credo si possa affermare senza esitazione che Pietro Diana (nato a Milano il 28 dicembre 1931) sia uno dei più raffinati incisori italiani contemporanei viventi: uno dei pochi per i quali l’arte difficile della calcografia non riserva nessun segreto e che sa ottenere dalla lastra di rame vette di virtuosismo e di possibilità creative che trovano poca competizione. Ma se quello di Diana fosse soltanto un primato tecnico, non meriterebbe di festeggiare il suo ottantesimo compleanno solamente per via di una grande abilità artigianale. E non sarebbero un motivo sufficiente nemmeno i quasi cinquant’anni d’insegnamento, prima da assistente e poi, dal 1976, da docente sulla prima cattedra di tecniche dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Brera: fino al 1997, senza esagerazioni, chiunque si fosse cimentato con l’incisione a Milano era passato dalle sue aule in Accademia.

Quello che conta, infatti, è che questa tecnica portata a livelli altissimi di complessità, di raffinatezza e di precisione esecutiva è stata messa al servizio, per oltre cinquant’anni, di un immaginario visivo inedito e inquieto, partecipe del presente pur muovendosi sulle coordinate di un linguaggio espressivo che ha seguito un proprio indirizzo di ricerca fatto di memorie del passato e inquietudini moderne.

Non sarebbe fuori luogo, in effetti, dire che la sua sia stata, ed è tuttora, un’arte senza tempo, che ha seguito una traiettoria precisa e quasi senza incertezze dagli esordi agli esodi recenti.

Al suo avvio, quando partecipa alla Biennale di Milano del 1955, Pietro Diana è soprattutto pittore: ha studiato a Brera con De Amicis e con Disertori, ed è un chiarista -con un occhio a Cèzanne- e un incisore con un occhio a Morandi. Era abbastanza comune, del resto, che un giovane di quella generazione, diplomato nel 1954 a Milano, avere quei punti di riferimento: la sua pittura aveva la tavolozza schiarita dei giorni di pieno sole, in cui le cose si sfarinano alla vista e prendono la consistenza della pittura, mentre sulla lastra le case isolate nella campagna, secondo un’iconografia tipica del paesaggio italiano nel Novecento, erano blocchi compatti, costruiti con dei lumi abbaglianti e grandi campiture di ombra. Il registro, in ogni caso, rimaneva quello naturalistico che guardava al secondo Ottocento e si allacciava a quella tradizione del guardare con occhio poetico alle cose del mondo per rappresentarle con spirito verista.

Ma questa, forse, non era la via di Pietro Diana: già all’inizio degli anni Sessanta, ha abbandonato quei modelli giovanili, dedicandosi quasi esclusivamente alla calcografia. La pittura diventa un’attività via via marginale nella sua produzione, fino ad essere abbandonata completamente. E sulla lastra di rame o di zinco, comincia a prendere vita un mondo romantico e notturno; se fino a quel momento i casolari del centro Italia si stagliavano su cieli assolati e abbacinanti, ora le parti si sono invertite, e sono le figure, come delle apparizioni, ad accendersi nel buio di una notte permanente, di un mondo oscuro che non ha nulla a che vedere con l’avvicendarsi del sole e della luna, ma è come una notte interiore di un mondo fantastico in cui non viene mai giorno o, meglio, in cui la notte è teatro di inquietudini e metamorfosi. All’inizio di questo percorso, infatti, si colloca una serie di Castelli, iniziata intorno al 1960 e ultimata intorno al 1965, in cui, sulla vetta di rupi scoscese e inospitali, si arrampicano diruti manieri su cui il tempo e le intemperie si sono accaniti, finché queste non sono tornate a essere rocce, fino quasi ad essere inglobate naturalmente dalla roccia. La natura quieta del mediterraneo è qui diventata una presenza tormentata, di sublime grandezza come nei miti romantici nordici, davanti alla cui forza irruente e irrazionale non è possibile l’intervento umano.

Da qui, Pietro Diana ha seguito la via dell’onirico, di un mondo notturno e rarefatto, maturato guardando ai “pittori dell’immaginario”, fatto di castelli diroccati e sublimi e di animali mostruosi, poi di falene e di civette accanto a corpi femminili sensuali. Da quell’inizio degli anni Sessanta, infatti, il suo lavoro procede su coordinate proprie, incurante degli schiamazzi delle mode artistiche e delle novità delle avanguardie: le istanze dell’informale e della Nuova Figurazione, fino alla Pop art ed oltre, lo lasciano del tutto indifferente. Non li ignora, anzi fra i più assidui frequentatori del suo studio s’incontrano scultori come Floriano Bodini, maestro del Realismo esistenziale milanese, e una lunga amicizia lo aveva legato anche a un pittore astratto come Domenico Manfredi, con cui Diana condivise anche una mostra. Ma di quelle ricerche, nel suo lavoro non rimane quasi traccia, come spesso succede nel percorso dei visionari, che puntellano il proprio percorso creativo su precisi punti di riferimento atemporali; Goya e Rembrandt, a cui Pietro Diana ha guardato a più riprese in determinate fasi della sua ricerca, sono sullo stesso piano, senza discrimini cronologici, instaurando un dialogo fuori dal tempo e dallo spazio. Del resto, proprio il maestro spagnolo ha insegnato che il sogno della ragione genera mostri, e che questi mostri non nascono da una coscienza razionale, ma da un’inventiva che non ha riferimenti se non in un mondo interiore insondabile razionalmente.

Lo segue su questa via anche Angela Colombo, dapprima sua allieva, poi sua moglie proprio da quell’avvio degli anni Sessanta, che alle strade dell’onirico ha affiancato quelle del revival stilistico e il repertorio delle fiabe di tutti i tempi. Per Diana, invece, questo mondo notturno è popolato di civette, l’animale sacro a Minerva. Di tutto questo, soprattutto delle inconsuete curiosità di Angela e Pietro, si trovano molte tracce nell’ampio e illuminato studio milanese di via Panzini. Accanto a un laboratorio per la stampa, nello studio vero e proprio le pareti e gli scaffali sono pieni di oggetti disparati, quasi fosse una “camera delle meraviglie”: alcuni gessi di scultura classica, un paio di piccoli teschi di animali, una collezione di conchiglie e civette di tutte le fogge, di tutti i materiali e di tutte le provenienze: la collezione che i due hanno messo insieme nel corso degli anni è paragonabile, per eccentricità, varietà ed estensione, soltanto a quella della storica dell’arte Rossana Bossaglia, a cui li lega una lunga amicizia. La passione di Diana per quest’animale della notte -simbolo di sapienza nel mondo antico- è pari soltanto a quella per le falene, ma è l’animale notturno ad essere il vero protagonista del suo lavoro. Non a caso, infatti, anni fa aveva fatto un proprio autoritratto all’acquaforte, intitolato Piepolitrofemo (1979), in cui la sua testa si trasformava in una civetta.

La curiosità iconografica del suo lavoro, però, e l’ammirazione per la perizia tecnica, per il virtuosismo esecutivo di questo modo raffinatissimo di condurre la lastra, difficile persino da stampare per la finezza di certi tratti sottili frammista all’esigenza di un bianco abbagliante che non abbia la minima traccia di fondo o di ombreggiatura, non deve distrarre dal punto di stile, come aveva sottolineato un anonimo recensore, nel 1986: «Sono fantasie notturne, ma dominate da un senso altamente classico e misurato della forma, dell’equilibrio, dell’euritmia. L’abilità, la maestria di Pietro Diana sta soprattutto nell’estrema finezza del segno, nella sapienza dei rapporti tonali, nel gioco prezioso di luci e ombre. Un alito di magia e di mistero emana da queste immagini tramate di fremiti inafferrabili eppure così limpide, sobrie, armoniose». In effetti, le sue scene, sospese in un luogo senza connotazioni e senza tempo, sono in un’atmosfera rarefatta, in uno stato d’immobilità, in attesa di un evento possibile; in cui una sottile tensione, sul fondo, suscita un senso di sublime, sotterranea inquietudine.

Da qualche anno, però, Pietro non fa più incisione: sta lavorando ad un automate, un congegno meccanico animato, a metà fra la scultura e l’oggetto fantastico, a tema prevalentemente erotico. Ha iniziato alla metà degli anni Ottanta, trasferendo il suo repertorio di mostri, di civette e di falene in strutture semoventi, animate da congegni meccanici. Vi lavora già da molto, ma questo è normale nei tempi lunghi della sua produzione: Pietro Diana, da sempre, è l’emblema della pazienza, del lavoro meditato. Non si è mai preoccupato di dover produrre: alla lastra incerata, come al quadro e all’automa, si è sempre avvicinato con lavoro meticoloso, facendo del rigore e della nitida precisione uno stile di comportamento. – Luca Pietro Nicoletti

4 comments

  1. Luca, complimenti, hai detto cose bellissime di Pietro e del suo lavoro.
    E’ stato mio insegnante d’incisione all’Accademia e rimane una persona che mi è molto cara così come Angela.

  2. Oggi nel mio studio è entrato un incisore di Milano Adriano Moneghetti e , mentre lavoravo ha dato un’occhiata alle mie opere. Dopo qualche attimo abbiamo iniziato a parlare e lui mi ha chiesto se ero un’allieva del maestro Pietro Diana…. devo confessare che , sebbene io incida dal 1979, non avevo mai sentito parlare di lui. sono tornata a casa e su internet ho trovato questa pagina. mi piacerebbe molto poter parlare sia con lui che con sua moglie Angela Colombo anche per e-mail. come faccio ad avere questo contatto? lei mi può aiutare?
    i miei dati sono sul mio sito
    http://www.cristianafalcoz.com
    grazie e buon lavoro
    cristiana falcoz

I commenti sono chiusi.

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