GIUSEPPE UNCINI: tre mostre, cresce l’interesse per un grande artista

Scriveva  Filiberto Menna (nel 1973, in un catalogo della Mostra di Uncini allo Studio Marconi di Milano – ora Fondazione Marconi: qui il link): “…l’opera di Uncini si presenta come pura struttura, oggetto intransitivo, chiuso nella propria autosufficienza sintattica, ma, nello stesso tempo, appare coinvolta in processo di appropriazione e duplicazione del mondo(…)” 
Oggi, dopo quasi trent’anni, viene da pensare che quel processo di “duplicazione” corrispondesse non solamente all’utilizzo di quei “nuovi materiali” della modernità, alla loro irruzione sulla scena artistica, e nemmeno al tentativo di risolvere “geometricamente” il problema dei rapporti  misura / spazio. Non è solo questione di architettura.

L’arte ha perduto la pienezza e l’immediatezza vitale che aveva nella classicità? Siamo ancora fermi a Hegel?  Oppure prigionieri di pensieri come “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.(…) Non è un caso che i romani non fossero in grado di inventare un nuovo ordine di colonne, un nuovo ornamento”?

A me pare che, riguardando i Cementarmati di Giuseppe Uncini – e quest’estate 2011 è proprio colma di occasioni  per farlo, con le mostre citate a seguito di questa breve introduzione – si evinca una ricerca di ciò che rappresenta l’esatto contrario di una autosufficienza sintattica. Si intravvede la necessità, certo, da parte di un grande artista, di prendere la parola nuda dell’architettura del suo tempo e di farla vivere in un discorso. Di prendere il verbo all’infinito e di reinventare i “tempi” nella frase. Forse, però, questa reinvenzione mette in gioco un’altra questione: quella della lingua. Che è sempre in movimento. E dalla quale siamo parlati. E la lingua di Uncini è letteratura, invenzione, gioco. Non ci dice come “dovrebbe essere” o “come sono state le cose”. Ci tocca la spalla da dietro e ci soprende sussurrandoci all’orecchio qualcosa di ironico, di spaesante. Ci dice che lo spazio della reinvenzione perpetua dell’arte è come uno specchio deformante: ci riconosciamo, grazie al riflesso, ma perdiamo la certezza di essere come nelle foto (cioè di non essere più!). Siamo spinti. Siamo indotti a muoverci. E a parlare. Con una parola in più: che non conoscevamo. E siamo liberi di riprendere daccapo un certo bla bla sull’identità.

Aldo Rossi scriveva nel 1966: “Come sono rapportabili i fatti urbani con le opere d’arte? Tutte le grandi manifestazioni della vita sociale hanno in comune con l’opera d’arte il fatto di nascere dalla vita incosciente (…).

GIUSEPPE UNCINI

Nato a Fabriano (Ancona) nel 1929, si forma all’Istituto d’Arte di Urbino nell’immediato dopoguerra e inizia a lavorare come disegnatore litografico. Nel 1953 è a Roma, dove entra in contatto con gli ambienti dell’avanguardia artistica e letteraria. Dopo la partecipazione a diversi premi annuali di pittura, nel 1955 espone alla Quadriennale romana. Nel 1957 inizia la serie delle Terre e l’anno seguente tiene la sua prima personale al Chiostro Quattrocentesco di Fabriano, mentre si intensificano le sue participazioni a mostre collettive di tendenza. Inizia a utilizzare il ferro e il cemento armato per opere di grandi dimensioni, e contemporaneamente realizza piccole creazioni con pietre dure e metalli preziosi in collaborazione col gioielliere Masenza. Nel 1961 espone i Cementi all’Attico di Roma e, mentre i compagni della “giovane scuola romana” (Festa, Angeli e Schifano) si rivolgono al pop e al nuovo realismo, Uncini si unisce a Biggi, Carrino, Santoro e Frascà per dare vita al Gruppo 1, con cui espone regolarmente fino al 1966, e che proponeva il superamento delle correnti informali con la ricostituzione in termini razionali dei linguaggi visivi, attraverso la ricerca con nuovi materiali su strutture geometriche di valore percettivo e attraverso una rivalutazione del rapporto artista-società. Tra il 1963 e il 1964 nascono i Ferrocementi, a cui segue la serie diStrutturaspazio, presentata alla Biennale di Venezia del 1966. Tra il 1967 e il 1978 sviluppa la serie Ombre, mentre allaccia un rapporto di collaborazione con diverse gallerie private (Stein a Torino, Marconi e Annunciata a Milano) e continua a partecipare a importanti rassegne quali Vittoria del negativo al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 1970 e Progetto-intervento-verifica a Palazzo Reale di Milano nel 1972. L’anno seguente lo Studio Marconi gli organizza un’importante antologica che ripercorre il suo itinerario creativo degli ultimi vent’anni. Il suo nome si afferma anche all’estero: espone a Rotterdam, Brema, Londra e Chicago. Il decennio si chiude con un’ampia antologica ordinata da Crispolti nelle sale del Palazzo dei Consoli di Gubbio. Nei primi anni ottanta lavora alle Dimore, che espone da Marconi e alla Galleria Rondinini di Roma, e nel 1984 ha una sala personale alla Biennale di Venezia. Ormai affermato come uno dei maggiori protagonisti dell’arte italiana, seguita a sviluppare nuovi cicli di opere, come i Muri d’ombra, gli Spazi di ferro e gli Spazicemento.

Mostra di opere di Giuseppe Uncini presso il Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno

http://www.centroitalianoartecontemporanea.com/

Nell’ambito della programmazione espositiva annuale del Centro Italiano d’Arte Contemporanea di Foligno, martedì 21 giugno 2011 e fino al 15 settembre 2011 sarà aperta al pubblico la mostra retrospettiva “Giuseppe Uncini: i primi e gli ultimi”, dedicata ai lavori del grande artista italiano scomparso nel 2008.

L’esposizione di Foligno, dopo le importanti antologiche effettuate allo ZKM di Karlsruhe (2008), al MART di Rovereto(2008-2009) e alla Neue Galerie am Landesmuseum Johanneum di Graz (2009), muovendo dal disegno critico concepito da Bruno Corà e Italo Tomassoni, direttore del Centro, pone a stretto confronto, in modo inedito le opere che segnano l’esordio dei primi Cementarmati (1957) con le opere dei cicli Architetture e Artifici, concepite e realizzate dall’artista negli ultimi anni della sua vita.

All’insegna di tale verifica, che mette in risalto l’attitudine di Uncini a ‘costruire’ l’organismo dell’opera – in ciò distinguendo la sua precoce intuizione dalle successive concezioni dei minimalisti, soprattutto geometriche e volumetriche – si potrà comprendere in modo chiaro come le sue Architetture e gli Artifici, siano conseguenza e declinazione di un principio di elaborazione che, sin dai Cementarmati, coniuga disegno, misura e spazio, appartenenti tanto alla pittura che alla scultura e all’architettura italiana dal Tre- al Novecento.

Per questa importante riapparizione dell’opera di Uncini in Umbria, nella quale il Maestro aveva stabilito definitivamente a Trevi il suo studio, sono state raccolte circa cinquanta opere suddivise tra Cementarmati, Tralicci, Artifici, e un gruppo di significativi disegni inediti.

Nell’originale allestimento si distinguono in mostra sia il primo Cementarmato che ha avviato il ciclo di opere che ha reso celebre l’artista a livello internazionale, sia alcune Architetture di dimensioni considerevoli, come l’Epistylium del 2004, di oltre 10 metri di lunghezza.

Giuseppe Uncini, nato a Fabriano nel 1929, è stato uno dei massimi scultori italiani della seconda metà del secolo ventesimo e la sua opera, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, si era confrontata, insieme all’opera di Enrico Castellani, Piero Manzoni, Francesco Lo Savio, Gianni Colombo, con le più avanzate ricerche europee e internazionali, nel solco aperto da Burri, Fontana, Colla e Mannucci, che lo precedevano generazionalmente. Giunto a Roma all’inizio degli anni Cinquanta, vi si stabilisce e inizia le sue ricerche pittorico-plastiche. I Cementarmati, apparsi già nelle mostre collettive insieme con Lo Savio, Schifano, Angeli e Festa, a cura di Emilio Villa prima e in seguito di Pierre Restany, saranno tuttavia il fondamento della sua prima mostra personale all’Attico di Roma nel 1961. Da allora, individuato il principio generativo del proprio lavoro, Uncini non interrompe mai il crescendo ideativo che lo porta a formulare numerosi cicli di opere: Ferrocementi (1963), Strutturespazio (1965), Strutturespazio-ambienti (1967), Mattoni (1969), Terracementi (1972), Ombre (1972), Interspazi (1978), Dimora delle cose (1979), Dimore e Muri d’ombra (1980), Spazi di ferro (1987), Spazicemento e tralicci (1993), Muri di cemento (2001), Architetture (2004) e gli Artifici (2007).

Per l’occasione della mostra, sarà pubblicato un catalogo con la riproduzione di tutte le opere presenti in mostra e un repertorio di altre immagini significative del percorso storico dell’artista. Introducono il repertorio di opere i saggi critici di Bruno Corà e Italo Tomassoni, accompagnati da un esauriente apparato biobibliografico aggiornato.

La mostra resterà aperta presso il C.I.A.C. dal 21 giugno al 15 settembre 2011, il venerdì, il sabato e la domenica, dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 15,30 – 19,00.

Per informazioni, si prega di telefonare alla segreteria della mostra (Centro per la cultura dello sviluppo economico srl 0742 357035 – Ufficio stampa 3404040625)

LE OPERE DI GIUSEPPE UNCINI IN MOSTRA ALLA GALLERIA CARDI

Negli ambienti della Galleria Cardi a Pietrasanta, da sabato 25 giugno 2011 fino al 31 luglio, è aperta al pubblico la mostra di Giuseppe Uncini, il grande artista dei Cementarmati, scomparso improvvisamente nella primavera del 2008.

Le importanti mostre tenutesi dal 2008 a oggi presso lo ZKM di Karlsruhe (2008), al MART di Trento e Rovereto (2008-2009), alla Neue Galerie am Landesmuseum Johanneun di Graz (2009) e la retrospettiva dedicatagli dal Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno con apertura il 21 giugno 2011, testimoniano il crescente interesse che circonda l’opera di questo maestro e la sua rigorosa traiettoria artistica.

GALLERIA CARDI PIETRASANTA

Inaugurazione: sabato 25 giugno 2011 ore 19

Durata della mostra: 26 giugno – 31 luglio 2011

Orari della galleria: lun – dom 11-13 e 18-24

GIUSEPPE UNCINI GALLERIA CARDI PIETRASANTA Inaugurazione: sabato 25 giugno 2011 ore 19 Durata della mostra: 26 giugno – 31 luglio 2011 Orari della galleria: lun – dom 11-13 e 18-24

http://www.galleriacardi.com/?p=homeshow&c=3

Uncini è presente anche ad un’altra notevole mostra collettiva:

La Fondazione Musei Civici di Venezia e la Fondazione Vervoordt presentano TRA. EDGE OF BECOMING – una mostra che espone più di 300 opere presso Palazzo Fortuny, esplorando i collegamenti trasversali tra luoghi, storia, patrimonio creativo ed esperienza universale. L’esposizione sarà aperta al pubblico dal 4 giugno al 27 novembre 2011.

http://www.museiciviciveneziani.it/frame.asp?pid=2053&musid=244&sezione=mostre

La mostra trasformerà i quattro piani di Palazzo Fortuny in un percorso espositivo dove il dialogo e l’interazione tra le opere, il visitatore ed il medesimo spazio è di fondamentale importanza.

 Il titolo della mostra

TRA è stato scelto per i suoi tanti significati. In primo luogo, può essere letto al contrario per formare la parola “art”. Se considerato preposizione, il suo significato è proprio “nel mezzo” ed “ all’interno”, ed evoca allo stesso modo qualcosa che va “oltre” o “in avanti”. TRA è termine di uso comune anche in molte parole del Sanscrito come “mantra”, “tantra”, “yantra”. Mantra è la traduzione letterale della frase “veicolo o strumento del pensiero” ovvero l’uomo pensante, e tra, ovvero strumento o mezzo. “Tantra” è l’antico sistema di conoscenza che collega l’energia sessuale e cosmica. “Yantras” sono i segni ed i disegni che fungono da canali conduttori della guarigione energetica.

TRA mette in relazione l’idea di purificazione attraverso una trasformazione rituale e creativa. Costituisce anche lo spazio tra due dimensioni ed evidenzia il momento di passaggio verso nuove esperienze. In questo senso, TRA si collega anche alla nozione giapponese di “ma” che indica il vuoto, uno spazio positivo tra due oggetti. Il sottotitolo della mostra, EDGE OF BECOMING (“Soglie del divenire”), si riferisce al vuoto che conduce ai possibili poteri dell’energia. TRA. THE EDGE OF BECOMING ricerca l’equilibrio guaritore e l’interazione creativa che spiega ogni inizio.

I curatori

Il team di curatori di TRA. EDGE OF BECOMING è composto da Daniela Ferretti, Rosa Martinez, Francesco Poli ed Axel Vervoordt

La musica

Il musicista, compositore e professore belga Mireille Cappelle ha creato appositamente per TRA un’architettura sonora, ispirata dalle idee e concetti che stanno dietro l’esposizione.

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